Nelle radici la profezia:la memoria nella sensibilità biblica, tra mente, cuore e azione

Nelle radici la profezia:la memoria nella sensibilità biblica, tra mente, cuore e azione

a cura della Prof.ssa Laura C. Paladino,

Il tema della memoria è tema caro a tutte le culture antiche: prima che intervenissero strumenti digitali e archivi virtuali, infatti, solo la conservazione di una memoria individuale e collettiva, attraverso strategie precise e codificate, che coincidevano in parte con le attività della vita stessa, assicurava prosperità e continuità alle persone, alla discendenza e all’intero gruppo umano organizzato cui singoli e famiglie appartenevano.

Erodoto, considerato il padre della storiografia occidentale, attesta nel prologo della sua opera, dai posteri titolata “Storie”, di aver messo mano a scriverla proprio “perché non andasse perduta la memoria delle gesta degne di nota compiute dai Greci e dai Barbari”. Ricordare era già, per lui, una opportunità preziosa di salvare tutto, ciò che era dei suoi e ciò che era degli avversari, uno strumento per difendere dall’oblio e per evitare di essere di parte. Tramandare ai posteri fu considerata allora l’unica via per trarre lezioni dal passato, per riconoscere che la storia, come dissero poi Tucidide e Cicerone, è “un possesso per sempre”, “una maestra di vita”.            

Nella cultura classica, come è noto, il concetto di memoria chiama in causa in primo luogo le facoltà intellettive: è il senso della radice greca mna/mne, da cui deriva il sostantivo mneme, che è propriamente la memoria, l’atto mentale del memorare. Questa radice ha un corrispondente in latino nel verbo memoro e nel sostantivo mens: abbiamo dunque a che fare, in modo inequivocabile, con la mente e con l’intelletto. Ciò che stupisce, però, è come in questa radice di origine indoeuropea si celi un risvolto interessantissimo: da essa infatti deriva anche il verbo greco mnaomai, che vuol dire “aspirare alle nozze, cercare una moglie”. La memoria dunque si caratterizza, nel mondo classico, come attività intellettiva, ma ha la necessità della concretezza, e ha una possibilità tutt’altro che astratta, e fondamentale, di tramandarsi, perché si coniuga, cioè congiunge, mette insieme, produce una discendenza e in tale discendenza trova una identità.

Proprio in quest’ottica si comprende meglio la radice più squisitamente latina del ricordare, che ha a che fare con le emozioni: recordor significa prima di tutto “riportare al cuore”, rendere nuovamente presente qualcosa di passato per un sobbalzo dell’intimità e dell’animo, con la diatesi deponente che sottintende la valenza inconsapevole di questo ritorno al cuore. I ricordi, quelli che ci segnano nel profondo, affiorano infatti senza che noi lo vogliamo, senza che li scegliamo; d’altra parte, labile come nessuna altra facoltà umana, la memoria va esercitata anche con un atto consapevole della volontà: è questo il senso profondo del radicale ebraico che la descrive, quello del verbo zacar, che vuol dire sia ricordare che agire, lasciando pure un segno tangibile. Nella sensibilità biblica, concreta e concettuale insieme, in quella sensibilità che non a caso assegna il medesimo termine alle due realtà della parola e dell’azione, definendole entrambe dabar, anche il ricordo diventa un atto preciso, che trasforma la storia: esso si presenta con il valore di un memoriale, l’equivalente stesso del conservare le azioni e dell’agire, dal momento che la memoria si compie nella ripetizione del fatto. Ci sono passi nella Bibbia in cui l’uso del verbo zacar con il valore di “agire, compiere un memoriale” è innegabile: si veda per esempio Is 63,7, insieme alle attestazioni del sostantivo ziccaron, che è corradicale di zacar, vuol dire memoria ma ha una valenza fortemente concreta, venendo ad identificare il “segno tangibile della memoria”. In Gs 4,7, e.g., quel sostantivo definisce le pietre, che saranno per il popolo segno e memoria tangibile del passaggio del Giordano; in Es 28 e Es 39 sono chiamate così le pietre memoriale collocate sulle spalline dell’efod; in Nm 17,5 le lamine che rivestono l’altare sono uno ziccaron, un memoriale; in Es 12, dove si racconta il rituale della Pasqua, si ordina al popolo: “Quel giorno sarà per te ziccaron”, un memoriale. Sarà quello il giorno in cui si farà memoria, concreta, della Pasqua, non soltanto con il raccoglimento, con il pensiero e con la preghiera, ma con atti ben precisi, specifici e rituali, quelli che vengono descritti nel medesimo passo biblico in relazione alla festività più importante dell’Ebraismo.

Nel 1983 un intellettuale ebreo attivo negli Stati Uniti, Yosef Haim Yerushalmi (1932 – 2009), studioso appassionato di storia dell’Ebraismo moderno, rabbino e professore di Storia e Cultura Ebraica ad Harvard e alla Columbia University di New York, dedicò un saggio interessantissimo alla memoria nel mondo ebraico, cui seguì nel ’90 un altrettanto godibile saggio sull’oblio: il titolo completo dell’opera era “Zackor, storia ebraica e memoria ebraica”. Si tratta di una lettura breve e tuttora piacevole, che offre un contributo prezioso non soltanto alla storia ebraica, ma alla storia tutta, perché riflette con metodo sui meccanismi del ricordare e della ricezione della memoria, e fa numerose e interessanti incursioni nelle abitudini di altre culture, con l’obiettivo di stabilire contatti e continuità proprio in relazione alle modalità della conservazione e della trasmissione della memoria collettiva. Tali incursioni servono soprattutto a chiarire l’importanza del mito nella costruzione dell’identità, e il valore dei racconti delle origini in chiave paradigmatica rispetto al presente. C’è poi il fondamentale aspetto della profezia, che è di primaria importanza soprattutto in Israele: la storia, attraverso la memoria di fatti rilevanti capaci di assumere valore simbolico, diventa in questo modo il luogo in cui collocare le attese, e la profezia aiuta a farlo e a interpretare la storia stessa. E’ il caso, per la cultura ebraica, dell’esodo dall’Egitto, che diventa simbolo di ogni liberazione operata da Dio, e riferimento ideale delle attese e delle speranze del popolo, in ogni epoca e in ogni tempo.

Secondo la sensibilità biblica il patto stesso tra l’uomo e Dio passa per la memoria, e per azioni concrete che la suggellano; non a caso nel prologo delle dieci parole, prima ancora di pronunciarle, Dio si presenta, richiamando alla memoria un fatto significativo per la storia del popolo che ha eletto: “io sono il Signore tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto”. Quella azione, degna di essere ricordata, rende Dio affidabile, credibile, in grado di compiere quanto ha promesso. Qui si individua peraltro una prima significativa differenza tra la cultura biblica e le culture occidentali: laddove in queste, e l’abbiamo visto in apertura richiamando Erodoto, si ritiene opportuno fare memoria dell’eroismo delle persone, per Israele ciò che è significativo è ricordare l’azione di Dio nella storia, e non le azioni buone compiute dagli uomini. Questo concorre a spiegare come mai la storia biblica non sia sempre così edificante nei contenuti: i libri cosiddetti storici, che tramandano la memoria della monarchia davidica e della sua discendenza, sono costellati di continui peccati, di infedeltà e di eventi non positivi per l’orgoglio nazionale. Come conferma Dt 8,11-19, non è lecito all’uomo inorgoglirsi per quello che sa fare: all’opposto, quando si pensa che la forza che si possiede sia frutto di un merito proprio, ci si dimentica del Signore, mentre si fa memoria di Lui riconoscendo la propria finitezza e osservando i suoi precetti.

Ricordare diventa così nella Bibbia un vero e proprio dovere, un comandamento religioso, cui si contrappone evidentemente il peccato dell’oblio, della dimenticanza. Ricordare è nella sensibilità israelitica un vero e proprio atto di giustizia, e l’oblio è una ingiustizia (cfr. Dt 6,10-12). In questa luce capiamo come mai, nella Bibbia, anche a Dio sia chiesto di ricordare, e Lui stesso, nelle parole dei profeti, promette di non dimenticare il suo popolo (e.g. Is 44,21: Ricorda queste cose, o Giacobbe, o Israele, poiché tu sei il mio servo! Ti ho formato, tu sei il mio servo; o Israele, io non ti dimenticherò!); interessante risulta, al proposito, anche il Salmo 44, che sottolinea il valore sacramentale, vincolante, della memoria, la sua capacità di sostenere il patto tra Dio e il popolo.

I meccanismi della memoria passano, nella sensibilità biblica, per un preciso rituale: significativamente le tre più grandi feste dell’Ebraismo, Pasqua (Pesach), Capanne (Sukkot) e Settimane (Shevuot), ricordano ripetendoli altrettanti fatti capitali dell’Ebraismo, che sono l’uscita dall’Egitto, il soggiorno nel deserto, il dono della legge sul Sinai, e hanno valenza rituale. Nella ritualità si colloca infatti un aspetto che ha valenza fondativa per tutto l’Ebraismo: la pronuncia di parole specifiche e vincolanti, anche attraverso l’uso della musica e dei ritmi. Si legga a questo proposito Dt 26,5-9, ove si indicano agli Israeliti le parole da pronunciare dinanzi a Dio, che richiamano alla memoria le origini patriarcali del popolo, il suo costituirsi come nazione in mezzo alle genti, il giogo della schiavitù e la liberazione ottenuta per mano del Signore. Il tutto viene ripetuto e ricordato allo scopo di lodare le opere del Signore e la grandezza di Dio. Il passo, in definitiva, trasferisce alla memoria il compito di conservare fatti salienti della storia, con l’essenzialità e la capacità vincolante del rituale: il rito e la ripetizione sono aspetti della memoria biblica, mentre il senso della storia è affidato ai profeti nello stesso periodo in cui si redigono le tradizioni storiche, e fino a quando queste si redigono. Al rientro dall’esilio babilonese, infatti, sia la storiografia che la profezia tacciono: nella sensibilità biblica, evidentemente, dopo la parabola dell’esilio in Babilonia e del rientro nella Terra della Promessa non c’è altro senso da dare e non c’è null’altro da ricordare. L’esilio diventa dunque evento fondativo e rifondativo del vero Israele, che assomma in sé il prima, il durante e il dopo. Una volta chiuso il canone biblico, significativamente, si fa nell’Ebraismo assai poca storia, e poco accuratamente: tutto quello che si doveva sapere c’era già, e tutto quello che dovrà avvenire è inutile affrettarlo, ed eventualmente la memoria insegna che è pericoloso affrettarlo. Tanto per la storia antica pre-esilica, e quindi biblica, quanto per la storia medievale e moderna, interamente postbiblica, vale lo stesso criterio, che emerge come punto fondamentale: è vero ciò che è interpretazione dei fatti, e che aiuta a legare il passato con il futuro di compimento messianico (la profezia); è vero ciò che rende i fatti attuali e li fa ripetere (il rituale, la liturgia); il memoriale della Pasqua, primo fra tutti, ha questa duplice fortissima valenza, che lo rende così centrale e fondativo per la fede abramitica. Non è affidabile, in opposizione all’idea occidentale di verità e di storia, ciò che racconta acriticamente la realtà dei fatti senza respiro superiore: se viene intesa così, la storia si manifesta, nella sensibilità biblica, come profondamente inutile. Nel suo saggio sulla memoria, ironicamente, Yerushalmi cita il passo biblico di Ester 6,1, laddove si dice che il re si fece leggere i libri di storia dato che il sonno tardava a venire: se si hanno energie migliori, sembra dire l’autore, è meglio fare altro che leggere storia! Del resto, continua lo studioso, nella Bibbia è chiesto a Israele di essere un popolo di sacerdoti e di santi, non di storiografi: non è questa la specificità di Israele, che ha sempre inteso la storia come disciplina piacevole, magari edificante a livello morale, ma non utile nell’ottica della trascendenza, perchè non consente l’identificazione del singolo nei fatti narrati, identificazione possibile solo nel caso di una memoria fondativa che assegna ai personaggi ricordati una valenza ideale. Si pensi, a questo proposito, alle storie dei patriarchi o di Mosè, nella cui vicenda, in filigrana, ciascuno può rivedere e rileggere la propria, dal momento che quanto è stato dato o è accaduto a ciascuno di loro si ripete per tutto il popolo. Così si muove la memoria biblica, che sa trovare nel passato eventi identitari e paradigmatici per l’intero Israele: in questo senso si colloca e si comprende, nel contesto ebraico e veterotestamentario, la valenza archetipica dei racconti mitici delle origini, contenitori di tutto quello che c’è da sapere e delle chiavi per interpretare il presente.

Eppure, anche a proposito di questo aspetto, l’Ebraismo riserva una grandissima novità, una sua specificità: laddove tutte le altre culture collocano gli eventi archetipici, quelli fondativi di senso, nella fase astorica, quella mitica, l’Ebraismo li colloca nella storia, cioè in contesti narrativi successivi alla cacciata dal paradiso terrestre, databili e almeno in parte documentabili. Il più importante tra questi eventi archetipici è evidentemente l’esodo dall’Egitto, il vero perno intorno al quale ruota tutta la storia e la teologia biblica: in questo evento centrale Dio si rivela storicamente, ed esso fa da risonanza e da profezia all’evento storico capitale, individuabile nell’esilio babilonese e nel rientro in Israele con l’editto di Ciro, nuovo esodo dall’Egitto, momento fondativo e rifondativo del vero Israele.

Nel saggio sull’oblio, parafrasando Qoelet, Yerushalmi afferma che c’è un tempo per ogni cosa, un tempo per ricordare e uno per dimenticare: l’epoca in cui viviamo, che paradossalmente registra tutto su piattaforme virtuali, infallibili ma anche prive di anima e di spessore ideale, rischia di far perdere alle persone l’autentica memoria individuale e collettiva, quella che fonda l’identità e la continuità. Per tale ragione è questo, più che mai, il tempo di ricordare, e di sentire forte l’imperativo di una memoria autentica e duratura.

 

L’autrice è :

Docente di Teologia dell’Antico Testamento (Pentateuco e Libri Storici), e di Temi Scelti di Teologia Biblica presso l’ISSR dell’UPRA

PhD in Storia (Storia Antica), Laurea civile in Lettere Classiche, Laurea civile in Filosofia e Storia della Filosofia, Licenza Canonica in Filosofia, Licenza Canonica in Teologia

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