A colloquio con Pupi Avati

A colloquio con Pupi Avati

Come è nata l’esigenza di raccontare in una serie tv “Un matrimonio” il legame tra uomo e donna ed in particolare all’interno dell’istituto matrimoniale?

Serpeggia tra le persone l’idea che il matrimonio oggi sia qualcosa di anacronistico, è come se stare con una persona sia qualcosa di straordinario. Una volta il sacerdote pronunciava quelle parole “finché morte non vi separi” ed era molto bello. Oggi quella terminologia è vissuta come qualcosa di desueto, oggi sembra tutto un compromesso e i rapporti sono tutti programmati. Mentre spesso la vita ti sorprende, anche in positivo, costringendoti a percorsi inaspettati. Alla luce di questa scarsa contemporaneità del tema è stato impegnativo far produrre questa serie come se si avesse il timore che le persone si rinnamorino del concetto del matrimonio.

Qual è, secondo lei, l’ingrediente per una felice e quanto più duratura possibile storia d’amore?

Semplicemente essere coscienti che un rapporto a due va vissuto, non ci si può fermare alla prima problematica. Come al ristorante difficilmente ci fermiamo all’antipasto e arriviamo fino al dolce, in una storia d’amore dobbiamo vivere tutto prima di rinunciarvi. Negli anni ho capito tutto questo così come sono consapevole che non posso pensare oggi ad una vita senza mia moglie. Lei è il mio hard disk e viceversa io per lei.

Oggi è qui in Ateneo per raccontare il progetto “Amare le differenze, per un amore che fa la differenza” avviato con l’associazione “Non si tocca la famiglia”. Qual è stata la spinta e soprattutto la portata di questa meritevole iniziativa pensata per le scuole?

Io mi innamoro delle persone appassionate che hanno dei sogni e non vogliono omologarsi a tutti i costi e che dunque portano avanti battaglie che reputo importanti come nel caso di “Amare le differenze per un amore che fa la differenza”. Ho sostenuto questo progetto che reputo meritevole e pregno di significato pensato per i giovani.

Il tema della famiglia è molto presente nelle sue pellicole, è così? Che ruolo svolge nella sua vita?

Chi svolge una professione come la mia ha bisogno di ancorarsi alla realtà e la famiglia per me ha questa funzione. Mi capitava di fare delle riprese con le dive più importanti come Sharon Stone, ad esempio, e poi tornare a casa e ritrovarmi  alle prese con i compiti dei figli o con la lavatrice che si è rotta. Questa normalità per me è vita, quella vera.

Come genitore prima e come nonno poi, come interpreta i cambiamenti anche valoriali della nostra società odierna?

Cercando di oppormi ai cambiamenti pretestuosi di questa società e cercando di responsabilizzare tutti all’interno delle dinamiche familiari. In Italia si registra negli ultimi anni una bassissima natalità e conseguentemente una perdita delle relazioni familiari. Il bambino spesso oggi è figlio unico e il fatto di non confrontarsi con fratelli o sorelle lo rende meno competitivo. E poi oggi si è perso il senso della famiglia allargata mentre io conservo ancora ricordi vividi del rapporto preferenziale che avevo con una mia zia. Da genitore invece rivedo molto di me nei miei figli e questo mi rende felice ed orgoglioso allo stesso tempo.

Michela Coluzzi

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