Intervista a Marta Rodriguez, Direttrice dell’Istituto Superiore di studi sulla Donna che ha ricevuto il Premio Ambasciatrice di Pace

Intervista a Marta Rodriguez, Direttrice dell’Istituto Superiore di studi sulla Donna che ha ricevuto il Premio Ambasciatrice di Pace

“Nel corso del convegno Essere il cambiamento oggi: Uguaglianza, Educazione, Lavoro, Diritti dei Minori” si è parlato di Gender Equality, di “modello di riferimento” a tal proposito qual è la proposta dell’Istituto Superiori di Studi sulla Donna?

Noi crediamo e proponiamo la gender equality¸ intesa come pari opportunità per gli uomini e le donne: nella educazione, nell’accesso alle risorse, nei salari. Insistiamo anche molto nell’importanza di fare esplicito il modello di riferimento, perché ogni misura pratica nasce sempre da un principio o criterio, e questo a sua volta da un concetto di fondo. La gender equality che noi proponiamo parte da un concetto di fondo che è una visione antropologica cristiana, dove uomo e donna sono pari in dignità seppur differenti. Crediamo che uomo e donna si “generano” a vicenda, e che per questo motivo insieme raggiungono una pienezza nuova. La gender equality intesa in questo modo non è solo un diritto delle donne, ma anche una esigenza di una società e una cultura più ricche. Il mondo della scienza, della politica, e della cultura in genere hanno bisogno delle prospettive di uomini e donne insieme. Siamo consapevoli anche che altri parlano di gender equality da modelli di riferimento molto distanti a questa nostra visione.

Perché la Gender Equality può esser considerata una condizione essenziale per la pace?

Perché la mancanza di pari opportunità può essere dovuta a delle ingiustizie, discriminazioni, penalizzazioni di vario tipo, e dove ci sono questi elementi manca la pace. Ma allo stesso tempo, nel mio intervento dicevo che secondo noi la Gender equality è una condizione della pace, ma che può essere allo stesso tempo tutto il contrario. Se il concetto di fondo e le motivazioni che la ispirano sono mossi dalla rivalsa e dall’indignazione, forse i frutti non sono frutti di pace.

Cosa ha significato per lei partecipare a questo importante convegno? E soprattutto ricevere il premio di Ambasciatrice di Pace?

Sono rimasta sorpresa e commossa. Non me lo aspettavo. Per me è una responsabilità in più. Adesso mi sento ancora più chiamata a promuovere la pace. Credo che la pace nasca all’interno del proprio cuore, quando impariamo ad accoglierci, a vedere noi stessi con uno sguardo di misericordia. Se facciamo questo, siamo capaci di farlo anche con chi ci sta accanto, e da lì, promuovere una cultura di pace. Ma la pace inizia dentro di noi e con i più vicini.

Quale può essere il valore aggiunto del “femminile” per affrontare queste questioni e agire concretamente per dare corso a soluzioni?

Vorrei dire che la capacità di ascoltare e mettere in gioco le potenzialità di ognuno… ma questo presuppone che le donne coinvolte siano consapevoli della propria femminilità, e la abbiano integrato in modo luminoso. E questo non sempre accade. Ma può essere una nostra forza.

Come, secondo il suo punto di vista, si potrebbe cucire il gap tra le leggi racchiuse nella nostra Costituzione a tutela della dignità, del lavoro  e la realtà vigente, dando corso a pratiche fattive in tema di immigrazione, violenza sulle donne e il diritto ad un lavoro?

È una domanda ampia e non saprei rispondere in così breve spazio. Quello che mi viene da dire è che in Italia manca in genere la visione d’insieme e il lavoro sistemico. Ci sono belle leggi, belle iniziative, belle proposte… ma forse ciascuna va un po’ per conto proprio. Bisogna creare sistema. Come ISSD, ci proponiamo fare rete su ciascun ambito nel quale ci impegniamo: valorizzazione della maternità, ricerca, modelli organizzativi che mettano la persona al centro… In tutti gli ambiti costatiamo questa stessa debolezza. Quindi: lavoro di rete, che risparmi risorse umane ed economiche, e ottenga migliori risultati.

Michela Coluzzi

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