Abstract conferenza Master Scienza e Fede: Agricoltura, Tecnologia e Questione Alimentare

Abstract conferenza Master Scienza e Fede: Agricoltura, Tecnologia e Questione Alimentare

A cura del Prof. Luigi Mariani. Università degli Studi di Milano – Disaa, Museo lombardo di storia dell’agricoltura e Società agraria di Lombardia

La teoria della catastrofe malthusiana (Malthus, An essay of the principle of the population, 1798) afferma che la popolazione, se non controllata, aumenta con progressione geometrica (2,4,8,16,…) mentre la produzione di cibo aumenta con progressione aritmetica (2,3,4,5…), il che si tradurrebbe in carestie, epidemie e morti in massa. Le idee di Malthus influenzano profondamente il pensiero del XIX secolo (es: Darwin, Marx) ma suscitano anche la critica severa di R.W. Emerson (Society and solitude, 1870): “Malthus, affermando che le bocche si moltiplicano geometricamente e il cibo solo aritmeticamente, dimentica di dire che anche l’ingegno umano è un fattore dell’economia politica, per cui le crescenti esigenze della società saranno soddisfatte dal crescente potere dell’inventiva umana.”. E nel XX secolo l’ingegno umano si è manifestato attraverso la “rivoluzione verde”, grazie alla quale, a fronte di un aumento della popolazione mondiale di 4 volte (da 1.5 miliardi a 6 miliardi) si è quintuplicata la resa ettariale di frumento, riso, mais e soia (le 4 colture che da sole coprono il 64% del fabbisogno calorico globale). Ad esempio in Italia la resa media frumento è salita dagli 11 q per ettaro del 1910 ai 60 del 2010, con una prodotto di qualità assai più elevata (alta qualità del glutine, assenza di micotossine).

Ancor oggi godiamo dei frutti della rivoluzione verde se si pensa ad esempio che dal 1960 le rese per ettaro di frumento, mais, riso e soia aumentano del 2-4% l’anno e le persone al di sotto della soglia di sicurezza alimentare sono da vari anni ai minimi storici (10% sulla popolazione mondiale contro il 50% del 1945 e il 31% del 1970). Lo scenario mondiale che va delineandosi per il 2050 non può tuttavia fare a meno di preoccuparci in quanto è atteso che la popolazione mondiale salga oltre i 10 miliardi di abitanti, sempre più inurbati e dunque lontani dalla terra, mente gli arativi si manterranno se va bene ai valori attuali (1,5 miliardi di ettari). Da ciò discendono le seguenti necessità:

– grandi progressi nella genetica vegetale e animale e nelle tecniche colturali e di allevamento per garantire l’aumento del 50% nella produzione globale di cibo auspicato dalla FAO per il 2050

– efficienza sempre maggiore: oggi nutriamo 7,5 miliardi di abitanti su 1,5 miliardi di ha di arativi (0,2 ha per abitante) ma nel 2050 avremo 10 miliardi di abitanti che come dicevamo si alimenteranno sempre su 1,5 miliardi di ha (0.15 ha per abitante).

– sistemi logistici sempre più complessi per rifornire città in continua crescita e che non potranno certo essere rifornite da agricolture di prossimità (a chilometro zero)

– filiere che vedranno la produzione agricola sempre più integrata con la filiera a valle del campo (stoccaggio, conservazione, trasformazione e commercializzazione).

In tale contesto un ruolo chiave sarà giocato dalla zootecnia: se un maggiore equilibrio fra cibi di origine animale e vegetale è da perorare con campagne di educazione alimentare è errato demonizzare gli alimenti di origine animale (carne, latte, uova, pesce) in quanto fonti insostituibili di calorie, proteine nobili e vitamine. In tal senso non è vero che diventando tutti vegetariani risolveremmo il problema alimentare globale, sia perché l’uomo è un onnivoro sia perché gli animali domestici consumano il 30% dei cereali ma ci ripagano producendo il 25% delle proteine, e senza il pieno soddisfacimento del fabbisogno proteico non ci può essere sicurezza alimentare.

Il mio è in sostanza un messaggio di fiducia nell’innovazione tecnologica fondata sulle conoscenze acquisite in ambito scientifico. In tal senso occorre mettere in guardia dall’errore di pensare che in agricoltura si possa fare a meno della tecnologia e che la soluzione al problema alimentare globale stia nel ritorno a tecnologie del passato (varietà antiche, rinuncia a concimi di sintesi, agli antiparassitari, ai diserbanti, ecc.). Mi limito qui solo all’esempio dato dal processo di sintesi dei concimi azotati a partire dall’azoto atmosferico (processo di Haber-Bosch, messo a punto nel 1908). Tale processo, che è una delle più grandi invenzioni del XX secolo, soddisfa oggi il 48% del fabbisogno proteico globale dell’umanità e rinunciare ad esso porterebbe a una sensibilissima carenza di proteine con un disastro alimentare di dimensioni planetarie. Purtroppo i messaggi improntati a una radicale sfiducia nella tecnologica in agricoltura vengono oggi diffusi a piene mani alla collettività dal mondo della comunicazione. Per cogliere l’insensatezza di tale messaggio si rifletta su cosa significherebbe rinunciare alla tecnologia automobilistica o edilizia e tornare a produrre auto, case e ponti con le tecniche del 1920. Il nostro impegno dev’essere dunque quello di trasformare le nostre agricolture in laboratori d’innovazione tecnologica da trasferire ai Paesi in via di sviluppo in modo da garantire loro la sicurezza e la sovranità alimentare di cui necessitano.

 

 

 

Sign up for our Newsletter