“Una riflessione sulla Santità e sulla Solennità del Sacro Cuore di Gesù”

“Una riflessione sulla Santità e sulla Solennità del Sacro Cuore di Gesù”

a cura del Magnifico Rettore Padre Jesús Villagrasa, L.C.

Nella solennità del Sacro Cuore di Gesù, che ricorre nel mese di giugno, si celebra la giornata mondiale di preghiera per la santificazione dei sacerdoti. Una giornata che ci offre l’occasione per riflettere sul dono del ministero sacerdotale e per pregare per i numerosi sacerdoti e candidati al sacerdozio membri della comunità del nostro Ateneo.

Certo, la chiamata alla santità è universale. Su questa verità, chiaramente ricordata dal Concilio Vaticano II, si è soffermato Papa Francesco nella recente esortazione apostolica Gaudete et exsultate (GE), sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo: “per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi” (GE 14). Ciò non toglie che per vocazione e per il sacramento dell’ordine, i presbiteri sono chiamati alla santità “nel modo loro proprio” (Presbiterorum Ordinis 13); quindi, non solo in quanto battezzati, ma anche e specificamente in quanto presbiteri, ossia a un titolo nuovo e con modalità originali, derivanti dal sacramento. La via di santità aperta dal Signore a chi viene chiamato al sacerdozio è, come quella di tutti gli altri battezzati, il cammino di configurazione con Cristo. Nel caso del sacerdote, con Cristo Capo e Pastore. Questo è un dono che richiama una risposta e uno stile di vita virtuoso la cui anima è la carità pastorale. “Il principio interiore, la virtù che anima e guida la vita spirituale del presbitero in quanto configurato a Cristo Capo e Pastore è la carità pastorale, partecipazione della stessa carità pastorale di Gesù Cristo: dono gratuito dello Spirito Santo e nello stesso tempo compito e appello alla risposta libera e responsabile del presbitero” (Pastores davo vobis 23).

Il santo Curato d’Ars diceva che il sacerdote è l’amore del Cuore di Gesù. In questo amore radica la sua santità. E come diceva san Giovanni Paolo II: “Il mondo di oggi, infatti, ha bisogno di sacerdoti, di molti sacerdoti, ma soprattutto di sacerdoti santi. La vocazione sacerdotale è essenzialmente una chiamata alla santità, nella forma che scaturisce dal sacramento dell’Ordine. La santità è intimità con Dio, è imitazione di Cristo, povero, casto e umile; è amore senza riserve alle anime e donazione al loro vero bene; è amore alla Chiesa che è santa e ci vuole santi, perché tale è la missione che Cristo le ha affidato. Ciascuno di voi deve essere santo anche per aiutare i fratelli a seguire la loro vocazione alla santità” (9-X-84).

La centralità della carità nella vita sacerdotale previene il sacerdote da due falsificazioni della santità che, secondo papa Francesco “potrebbero farci sbagliare strada: lo gnosticismo e il pelagianesimo” (GE 35). Nel primo caso “interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare” (GE 36). Nel secondo caso, il potere che gli gnostici attribuivano all’intelligenza viene dato alla volontà umana, allo sforzo personale. “Così sorsero i pelagiani e i semipelagiani. Non era più l’intelligenza ad occupare il posto del mistero e della grazia, ma la volontà” (GE 48).

La primazia della grazia e l’armonia tra dono ricevuto e impegno personale, tra autorità sacramentale e autorità morale, si trova pure nella carità pastorale. L’autorità conferita al sacerdote con l’ordinazione è una partecipazione all’autorità di Cristo, sommo ed eterno sacerdote. L’esperienza mostra che, per un fruttuoso ministero sacerdotale, è necessaria anche l’autorità morale, che proviene da una vita coerente con la grazia e la santità del sacramento. Poiché la santità “specifica” del sacerdote consiste nella carità pastorale, alla fine, l’autorità morale del sacerdote riposa su di essa. In realtà, il ministro ordinato si santifica “specificamente” attraverso la carità pastorale, nel fervore nell’esercizio del suo ministero. La stessa efficacia del suo ministero dipende in gran parte dall’autorità morale del sacerdote, e quindi della sua carità pastorale. Il rapporto tra autorità e la santità è così vicino che, nella sua Esortazione apostolica Pastores gregis, san Giovanni Paolo II ha ricordato ai vescovi una verità valida allo stesso modo per i sacerdoti: la sacra potestà “affonda le radici nell’autorevolezza morale di cui il Vescovo è insignito in virtù della sua santità di vita. Proprio questa agevola la ricezione di tutta la sua azione di governo e la rende efficace” (PG 43).

Il sacerdozio “non è un mestiere o un servizio qualunque esercitato in favore della comunità ecclesiale, ma un servizio che partecipa in una maniera assolutamente speciale e con un carattere indelebile alla potenza del sacerdozio di Cristo, grazie al sacramento dell’Ordine” (Paolo VI, 30-VI-68); e anche grazie al sacramento dell’Eucaristia, dove attingiamo la forza della carità di Cristo. “Ogni impegno di santità, ogni azione tesa a realizzare la missione della Chiesa, ogni attuazione di piani pastorali deve trarre la necessaria  forza dal Mistero eucaristico  e ad esso si deve ordinare come al suo culmine” (Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia 60).

Rivolgiamo le nostre preghiere di intercessione a Maria, Regina degli Apostoli e Madre dei sacerdoti,  affinché il Signore conceda ad ognuno dei sacerdoti e candidati al sacerdozio della nostra comunità il dono della fedeltà alla vocazione sacerdotale.

Iscriviti alla newsletter