Il corpo come condizione, incontro e salvezza

Il corpo come condizione, incontro e salvezza

Il falso mito della liberazione dal condizionamento naturale del corpo

Intervista a Laura Paladino, Biblista e Storica

Prof. Paladino, Lei afferma che il corpo è inteso nella Bibbia come lo spazio del limite, dell’incontro e della salvezza. Come possiamo capire la realtà del limite che il corpo impone in rapporto alla libertà che è riconosciuta all’essere umano?

Esistiamo nel corpo, ci siamo nel corpo, e il nostro corpo ci dice cosa ci manca e cosa non siamo: il corpo, nel suo essere sessuato, nel suo essere finito, nel suo essere destinato alla morte, è lo spazio del limite. E’ propriamente un limite da assumere, e tale limite non va superato. Il senso e l’assunzione del limite è parte di quello che ci fa uomini. La cultura classica, muovendo da questa consapevolezza, invitava ad evitare la ubris, la pretesa di travalicare i limiti umani per diventare o pretendere di essere quello che non si è. Nella tradizione antica, quando ciò accade, si produce uno scompenso evidente, e un danno inevitabile per l’uomo, che si attira con questo “l’invidia degli dei”. Il mito dell’androgino, o dell’uomo palla, conservato nel Simposio di Platone, che racconta la creazione degli uomini originariamente come un tutto indistinto, e che vede nella separazione sessuata (dal latino seco: tagliare) una punizione e una condanna dell’uomo, ci descrive un orizzonte in cui questo limite che il corpo rappresenta non viene letto nella sua dimensione sapienziale, e nel suo significato di anelito all’incontro e di promessa di salvezza, ma come un obbrobrio da superare. Il mito dell’androgino è interessante, perchè ci può offrire coordinate ideali per comprendere come si muove oggi la polemica contro il corpo naturale e contro la dimensione innegabile della nascita sessuata: già in quel racconto mitico, di matrice greca, il corpo è inteso come condizionamento naturale che opera sulla persona, e da cui bisogna liberarsi per ritornare a quella unità indistinta cui gli uomini palla, una volta divisi, anelano spaventosamente, ma che, qualora venga da essi raggiunta, li conduce inevitabilmente alla morte, perchè, “una volta appagato il desiderio, non avendo più nulla da desiderare, essi muoiono”. Dunque l’anelito all’unità, che è anelito profondamente umano, qualora sia disgiunto dall’accoglienza del limite che il corpo, nella sua condizione naturale, impone, è destinato a fallire e a produrre sofferenza invece che realizzazione e pienezza. Quello che si registra oggi in relazione a questo tema è, in particolare, la pretesa di estendere la libertà anche all’aspetto naturale, di scegliere quello che non si può scegliere: la vita, innanzitutto, propria e dell’altro, con tutte le riflessioni moderne su eutanasia e aborto, dimenticando che siamo al mondo non per una nostra scelta, ma per la libera scelta d’amore di qualcun altro; il proprio sesso, che si vuole avere il diritto di modificare liberamente, laddove il condizionamento naturale del sesso biologico è inteso come limitazione di diritti e di libertà. C’è dunque, nel mondo contemporaneo, una refrattarietà all’accoglienza della dimensione di natura come espressione di verità, e al riconoscimento, nella dimensione naturale, di una direzione che non si può scegliere nel suo darsi, ma esclusivamente nella modalità con cui assumerla e farla fiorire. La crisi della famiglia, dentro la quale questi aspetti si trovano coltivati e protetti, è direttamente legata alla crisi del concetto di libertà: l’idea stessa di prendere una decisione “per tutta la vita” è rifiutata perchè intesa come limitazione della libertà, invece che essere letta come compimento e via per la pienezza della responsabilità, della donazione e dell’amore.

Come si potrebbe capire il limite come un qualcosa di benefico? Quali spunti ci offre la sensibilità biblica?

Nella sensibilità biblica il corpo è limite benefico, che non deve essere superato nella solitudine e nell’autosufficienza; tale limite rimane innegabile, e diventa, al contrario di quanto si possa pensare muovendo dalla tradizione classica, una condizione necessaria per l’incontro e per la salvezza: il corpo è lo spazio dell’incontro e della salvezza, il corpo è la condizione in cui avviene l’incontro, il corpo è la condizione in cui avviene la salvezza. Il corpo è la condizione che consente all’uomo, maschio e femmina, di essere a immagine e somiglianza di Dio, creatura fatta per essere ontologicamente in relazione d’amore, in condizione di limite e di complementarietà reciproca con l’altro da sè, che evoca e manifesta a sua volta, nella propria medesima condizione di limite e di complementarietà reciproca, la possibilità della completezza e della totalità. Secondo la Bibbia, in definitiva, l’uomo, maschio e femmina, realizza in sè stesso e nella sua capacità di relazione con l’altro la stessa dimensione relazionale che caratterizza il Dio di Israele, e che si manifesta in numerosi contesti biblici, profezia del dogma trinitario che sarà istituzionalizzato dal Cristianesimo.

Il corpo luogo d’incontro? Cosa vuol dire?

Lungi dall’essere una condanna cui ribellarsi e da rifiutare, il corpo è dimensione liberante da accogliere e da far fiorire: l’unità si compone, in tal modo, nell’apertura a un incontro che conduce alla pienezza. Tale incontro avviene nel corpo, ed è un incontro triplice, nella sensibilità biblica: è l’incontro con il mondo, con l’altro da sé (l’altra donna, l’altro uomo), con Dio. E’ l’incontro che consente all’uomo di riconoscere e far fiorire la sua creaturalità, dimensione di limite, essa stessa limite benefico e salvifico, perchè espressione e effetto dell’amore di Dio. Nel corpo dell’adam, dell’essere umano, avviene l’incontro con il mondo, con l’adamah, di cui l’adam è fatto; nel corpo dell’adam si realizza l’incontro tra la dimensione maschile e quella femminile dell’umano, e da questo incontro discende la differenza tra ish e isha (uomo e donna, e non più solo zacar-neqeba, maschio-femmina, come era per tutte le altre specie animali viventi), identici nella natura, e non diversi, ma differenti, entrambi tratti dall’identità ontologica e antropologica dell’adam; nel corpo dell’adam avviene l’incontro con Dio, attraverso l’incarnazione di Cristo, che ha preso un corpo maschile (e non un corpo indistinto, né un corpo che avesse la totalità delle differenze) e che dunque ha assunto Egli stesso non solo il limite del corpo (Lui che è Dio), ma il limite di un corpo sessuato. La tradizione biblica vede gli uomini creati con il corpo fin dall’inizio, e fin dall’inizio creati con questo limite benefico del corpo sessuato, con questa condizione salvifica. La sensibilità biblica non legge negativamente questo limite, e anzi al corpo assegna e nel corpo promette la salvezza dell’uomo: il peccato originale è, nella sostanza, il superamento di un limite indicato da Dio come salvifico, e anche in questo senso la pretesa di superare oggi il limite e la condizione imposta dal corpo sessuato può essere una nuova manifestazione del peccato originale, dell’originario peccato, della ribellione dell’uomo contro Dio. Il peccato, il superamento del limite, conduce ad un ridimensionamento delle potenzialità che il corpo, nella sua condizione di limite benefico, offre all’uomo: così è nel racconto biblico e così è nella esperienza contemporanea. Immediatamente dopo il peccato, il triplice incontro che il corpo consente viene immediatamente minacciato: l’uomo e la donna si nascondono nel giardino, strumentalizzando il mondo, che dovevano custodire, e dunque rompendo la loro relazione buona con esso; l’uomo e la donna si coprono perchè sono nudi, e si difendono l’uno dall’altro, si accusano a vicenda: dunque il corpo, da luogo dell’incontro, diventa luogo della diffidenza, dello scontro, della violenza, dell’uccisione dell’altro per salvare se stessi, dell’egoismo e della solitudine esistenziale; diventa il luogo in cui produrre discriminazioni e dolore: penso a tutte le situazioni di sfruttamento del corpo, alla prostituzione, alla pornografia, alle mutilazioni fisiche; penso agli aborti, agli assassini, a tutto quello che offende il corpo perchè non lo riconosce più come spazio di incontro, ma esclusivamente come spazio di scontro e di diffidenza. In questo si inserisce anche il rifiuto dell’altro aspetto, quello relativo alla dimensione sacra del corpo: lungi dal riconoscere in esso la presenza di Dio (la Bibbia insiste anche linguisticamente sulle connessioni tra corpo e tempio, ma ho avuto modo di parlarne altrove), che deve essere rispettata nella sacralità del corpo umano, l’uomo si arroga il diritto di trattarlo come più gli piace, e questo non soltanto in relazione al suo corpo (tatuaggi, piercing, painting, modifiche del sesso, etc), ma anche in relazione ai corpi degli altri (mutilazioni, violenze); del resto, dopo essersi difesi dal mondo e l’uno dall’altro, dopo il peccato, in Gen 3, l’uomo e la donna si nascondono e si difendono anche da Dio, si vergognano di Lui, coprono dinanzi a lui la nudità del loro corpo, che egli aveva fatto perchè fosse la via della relazione, e rompono l’incontro tra la creatura e il Creatore. Ritengo che nel mondo contemporaneo la rottura di queste tre relazioni sia evidente.

E cosa significa che il corpo è anche luogo di salvezza?

Il corpo, che è il luogo del peccato originale nel racconto biblico, è anche il luogo della salvezza: il peccato avviene nel corpo, sia perchè passa per l’atto del mangiare, che è un atto corporeo, sia perchè le persone che lo compiono esistono nel corpo, sia per i simbolismi che a questo peccato sono stati assegnati (faccio notare soltanto che nella redenzione mangiare ha un ruolo fondamentale, come lo ha il corpo: il peccato avviene nel corpo e nelle azioni del corpo, la salvezza avviene nel corpo e nelle azioni del corpo; la salvezza ci viene dal corpo di Cristo, sia in senso concreto che in senso mistico, la salvezza ci viene dal mangiare il corpo di Cristo, che è l’eucaristia, esperienza dell’incontro di salvezza, vera comunione). Dal momento che il corpo è lo spazio del sacro (simbolismi e lessico sacrali sono già nei racconti della creazione), la salvezza che Israele attende è una salvezza fisica, e non teorica, o astratta e solo pensata: sovente essa è adombrata nelle azioni di salvezza che le donne bibliche compiono nel corpo dei loro uomini (si pensi a Zippora, ma non solo); non a caso l’immagine della donna, che chiude il capitolo della caduta, è immagine salvifica che passa per il corpo, e per il corpo della donna, che in questo passo è propriamente il corpo della madre. Nella corporeità della donna c’è la speranza e la promessa del figlio, del frutto del grembo, e nella corporeità del figlio c’è la speranza e la promessa della salvezza. Recuperare dunque la corporeità sessuata, accogliere la corporeità sessuata come dono e come promessa di salvezza, e redimere la maternità, che dal peccato è stata colpita duramente, è il messaggio della profezia della donna contenuta in Gen 3, ed è una profezia validissima per l’oggi, in cui si registra l’orientamento distruttivo che vuole sottrarre alla maternità la sua verità e la sua dimensione di profezia. Se per un tempo lunghissimo la maternità è stata sfruttata dall’uomo, offendendo la dignità della donna (e questo è frutto del peccato, secondo il testo biblico), oggi c’è la pretesa, all’opposto, di assegnarne la responsabilità tremenda solo alla donna (e anche questo è frutto del peccato, è già il peccato di orgoglio di Eva in Gen 4, che esclude Adamo dalla sua maternità, affermando di aver generato Caino solo con il favore di Dio). Recuperare il valore salvifico e relazionale della maternità è prioritario per l’oggi: il valore di una condizione che coinvolge l’uomo e la donna, perchè nel loro figlio c’è l’espressione, la manifestazione (basar in ebraico, che è anche carne!) del loro amore, del loro incontro, del loro essere in relazione; recuperare e ribadire la promessa di salvezza che è insita nel nuovo corpo del figlio; ribadire la relazione corporea che esiste tra madre e figlio, e che oggi, lungi dall’essere considerata profetica, viene strumentalizzata e offesa (maternità surrogata, utero in affitto, negazione del valore non solo biologico della gestazione, etc.). Recuperare il valore sociale della maternità, che nella Bibbia è ancora una volta fortissimo, dal momento che è proprio la maternità a garantire la legittimità della discendenza del popolo eletto; riscoprire la vocazione alla fecondità e all’accoglienza, che è scritta nel corpo femminile e che può anche non esprimersi nel corpo, ma sempre deve fiorire: questa vocazione passa per il riconoscimento del corpo e della sua differenza, per l’accettazione del limite che esso impone e della direzione che esso manifesta ad ogni persona umana. Ritengo che proprio le donne, naturalmente chiamate all’accoglienza e all’ascolto, possano essere, come nella profezia di Gen 3, la promessa di salvezza per una nuova umanità che riscopra queste valenze, e redima la maternità, che già nella Genesi è segnata dal peccato, e già nella Genesi è oggetto di una precisa profezia di redenzione

 

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