Il coraggio di una madre, l’ignavia del potente, il sommerso nel mondo degli adulti: non c’è più tempo per il dubbio, occorre una risposta bioetica.

Il coraggio di una madre, l’ignavia del potente, il sommerso nel mondo degli adulti: non c’è più tempo per il dubbio, occorre una risposta bioetica.

Una settimana davvero fitta di notizie per la nostra rassegna stampa. Scelgo però di scrivere soltanto di alcune: quelle che non dovrebbero proprio passare sotto silenzio. Anzi, quelle sulle quali tutti noi dovremmo farci qualche domanda, anche nei prossimi giorni, in materia di Etica e Bioetica. Domande che implicano poi di arrivare a prendere una posizione: insomma, “scegliere di scegliere”.

Partiamo dalla cronaca dei fatti: “La Repubblica”, lo scorso 8 febbraio, a firma di Fabio Tonacci. Nel 2011, dopo aver subito uno stupro da un sacerdote, una suora congolese, inviata dalla sua Congregazione a studiare a Roma, partorisce una bambina, ma non la riconosce. Stando al suo avvocato, la suora sarebbe arrivata a quella determinazione “dietro preciso ordine delle consorelle”. La decisione è così presa, anche nella speranza di poter restare nella Congregazione a cui appartiene, le Petites Soeurs. Però poi accade un fatto ben preciso. Una settimana dopo il parto la Congregazione la avverte, con un’email: “Non può più rientrare nell’Ordine, al massimo potrà avere la qualifica di consorella di Cristo”. A quel punto scatta nella suora – anche nella suora – quel “qualcosa” che si chiama comunemente “istinto materno”. Così, settantatré giorni dopo aver partorito, la religiosa ci ripensa, e chiede il riconoscimento della figlia, facendo istanza di sospensione del procedimento di adozione. Nel frattempo, però, una coppia di Ancona, da settimane, sta badando a quella bambina: ne avrebbe tutto il diritto, peraltro dichiarando di non volerla perdere. La questione finisce davanti ai giudici. Dapprima il Tribunale dei minorenni si pronuncia per la non adottabilità della bambina, permettendo alla suora di stare con sua figlia in locali “protetti”, in presenza di psicologi e assistenti sociali. Pochi mesi dopo, però, la Corte di appello di Ancona interrompe questo riavvicinamento. Il procedimento di adozione riparte e va avanti fino allo scorso 7 febbraio, giorno in cui la prima sezione della Cassazione emette una sentenza destinata a fare giurisprudenza nella delicata materia del “diritto al ripensamento” delle madri biologiche: “Alla manifestazione di volontà di non rivelarsi – scrivono i giudici – non può essere attribuita un’efficacia irreversibilmente estintiva dell’indisponibile diritto alla genitorialità, né preclusiva di un successivo ripensamento con riconoscimento del figlio”. Tradotto dal lessico giuridico significa una sola cosa: ha vinto la suora. Ha vinto la mamma.

Lo sapevate che il potere è dei folli, e che “dai dittatori ai super manager comandare è roba da matti”? Gabriele Romagnoli, su “La Repubblica” dello scorso 7 febbraio – recensendo il saggio “Psicopatici al potere” di Jon Ronson – con la competenza di uno psichiatra ha tracciato il profilo psicopatologico dei leaders che fanno andare avanti il mondo. Il potere, come il successo e la ricchezza, trasfigura. “Qualcuno è venuto a dirci, con un libro, che il re non è nudo, è psicopatico – scrive Romagnoli – Almeno adesso non si potrà dire che nessuno se ne era accorto”. Ronson scrive che “per consenso universale” gli psicopatici al potere rappresentano “solo” l’1% dell’umanità. Limitandoci all’Italia: “solo” mezzo milione circa. La percentuale è curiosamente simile a quella dell’élite che possiede la ricchezza del restante 99%, la “superclass” planetaria. “Questo non significa che i due spicchi di 1% coincidano. Non del tutto, ma in buona parte. Esistono psicopatici in economy, ma è molto più facile trovarli in business. Ossia ai livelli più alti della politica e dell’economia. Sono loro a fare andare avanti il mondo, giacché una mente squilibrata è più potente di una razionale”, scrive Romagnoli. L’editorialista si chiede “perché gli psicopatici piacciono, conquistano?”. Prima di tutto perché vogliono piacere. Intervistato da Ronson lo ammette Emanuel “Toto” Constant, ex comandante degli squadroni della morte di Haiti: “L’idea di non piacere mi fa stare male, per me è molto importante, sono sensibile alle reazioni altrui”. Per non soffrire si impegna, seduce. E riesce nel suo intento da narcisista tout court. Al contrario, le persone razionali ad un certo punto si fermano, lasciano, sanno chiudere le situazioni. “C’è un’altra caratteristica che consente allo psicopatico di andare al potere: l’assenza di empatia. E’ talmente impegnato a evitare il proprio dolore che non contempla quello altrui – scrive con arguzia Romagnoli – Puoi mostrargliene una fotografia (bimbi in catene, disoccupati alla fame, pinguini sterminati), non batterà ciglio”. Le Neuroscienze ipotizzano che la mancanza di empatia sia dovuta ad un “difetto” insito in un’area del cervello chiamata “amigdala”.

Non sarebbe dunque sua la responsabilità di un cattivo agire, bensì della conformazione del suo cervello? “I naturalisti hard contemporanei un’idea ben precisa del mandante ce l’hanno: è il corpo, e più specificamente il cervello e il sistema nervoso. Se gli eventi neuronali del cervello determinano il comportamento, siano o non siano coscienti, è difficile ammettere che oltre a questo ci sia un libero arbitrio” (Alessandro Pagnini, Il Sole 24 Ore, 9 febbraio 2014).

Il sesso tra adolescenti e adulti? Un tempo era dichiaratamente inaccettabile. Ora è dichiaratamente accettabile per un italiano su tre (il 38%). E’ il risultato sconvolgente di una ricerca realizzata dall’Istituto Ipsos per l’organizzazione Save the children in occasione del Safer Internet Day 2014, la giornata che martedì 11 febbraio sarà dedicata, dalla Commissione Europea, alla sensibilizzazione dei più giovani ad un uso corretto, e consapevole, della rete. Del sondaggio ne parlano tutti i maggiori quotidiani di lunedì 10 febbraio. Vi segnalo in particolare l’accuratezza di Fabrizio Caccia tra le colonne de “Il Corriere della Sera.
La ricerca Ipsos è illuminante, soprattutto perché mette in luce il buio della coscienza di quel 38% di italiani. Nel sondaggio, facciamo attenzione, non si parla di pedofilia, ma di “interazioni sessuali tra adulti e adolescenti” (fisiche, ma anche virtuali). Le “interazioni” sarebbero accettabili – sono state queste le risposte – “perché ciascuno è libero di fare ciò che crede” (12%) o “a patto che sia consensuale” (10%) o che “la famiglia dell’adolescente approvi” (6%) o “perché gli adolescenti sono più maturi” (5%) o “perché è una cosa naturale” (2%). Addirittura, per uno su cento, la relazione sessuale con un adulto può costituire “un’occasione di apprendimento” per il minore. Viene subito da domandarsi che cosa un minorenne, con la sua fragilità mal celata dalla spavalderia adolescenziale, possa “apprendere” da un adulto che si approfitta di lui.
Che cosa dire? Che la nostra società ha il dovere di fare in modo che quel sano 62% resti almeno tale, e che non vada ad accrescere – per qualche debolezza dell’essere umano – quel pericolosissimo 38%.

di Luisella Daziano

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