La cultura può permettersi un’insufficienza in scienze, ma non di parlare per pochi, o di tacere quando molti urlano

La cultura può permettersi un’insufficienza in scienze, ma non di parlare per pochi, o di tacere quando molti urlano

Non ci crederete, ma un americano su quattro non sa che la Terra gira intorno al Sole. Almeno questo risulta da un sondaggio svolto dalla “National Science Foundation”, l’agenzia governativa per la ricerca e l’educazione che ha sede in Virginia (“La Repubblica online”, 15 febbraio).

Per l’indagine sono state sentite più di 2.200 persone, alle quali sono poste 9 domande su scienza, fisica e biologia. Il risultato medio delle risposte corrette, su una scala da 1 a 10, è stato 6,5, poco sopra la sufficienza. Uno dei dati più eclatanti, però, è stato scoprire che solo il 74% degli intervistati sa che la Terra gira intorno al Sole, e non il contrario. Spicca anche un altro dato: meno della metà degli intervistati (48%) dimostra di sapere che gli esseri umani potrebbero essersi evoluti da precedenti specie animali: quel noto “evoluzionismo” che ha le sue origini nella teoria darwiniana, secondo la quale gli esseri viventi si sono evoluti da poche forme primitive ad una varietà di specie bene differenziate, ed anche molto complesse, in un processo costante che continua tuttora. Questa ricerca – inclusa in un rapporto della “National Science Foundation” da consegnare al presidente Barack Obama – sottolinea che quasi il 90% del campione crede che i benefici della scienza siano maggiori di qualsiasi pericolo: vale a dire, “anche se non so di che cosa si occupi la scienza, credo che mi salverà da ogni rischio e pericolo”. Logicamente, ma non in maniera scontata, circa la stessa percentuale si è dimostrata interessata a nuove scoperte in campo medico.
Se facessimo lo stesso sondaggio in Italia, che cosa emergerebbe? A volte è saggio non fare domande.

“Niente cultura, niente sviluppo”. Così due anni fa (19 febbraio 2012) “Il Sole 24 Ore” intitolava il manifesto per una costituente della cultura. Per ribadire quanto la conoscenza e le competenze debbano avere un ruolo centrale nel processo delle riforme, vi propongo la riflessione del costituzionalista Gianmario Demuro (“Il Sole 24 Ore”, 9 febbraio): “Un’analisi della dignità umana operata con il metodo della cultura e della scienza potrà aiutare a prendere decisioni: non una concezione elitaria della democrazia, ma una élite a supporto della democrazia”.

Insomma, anche se non possiamo dire con assoluta certezza che l’essere umano sia l’evoluzione da altre specie animali, ci sembra però che l’identità di genere non sia ancora così compromessa, e comunque non un’emergenza. “Stando al bombardamento al quale sono sottoposte le scuole e ai tanti soldi (pubblici) spesi per realizzare strategie nazionali, manifesti, libretti e iniziative nei territori – scrive Paolo Ferrario su “Avvenire” del 18 febbraio – sembrerebbe che le tematiche legate al gender e alle persone Lgbt (acronimo che sta per lesbiche, gay, bisessuali, transessuali) siano in cima alle priorità di studenti, insegnanti, famiglie e presidi. Ascoltando invece la voce di chi la scuola la vive tutti i giorni, l’impressione è che, tra la miriade di questioni che entrano in classe, queste non ci siano quasi per nulla”. Vale a dire: l’offerta è debordante, ma manca quasi del tutto la domanda. Qualche sospetto, per dirla tutta, l’abbiamo avuto leggendo un’intervista a Marco Mori, il presidente dell’Arcigay di Milano, nella quale si denunciavano le “pochissime richieste” di intervento arrivate dalle scuole. E questo nonostante l’associazione omosessuale si fosse organizzata di avere a disposizione i kit gratuiti, preparati dall’Unione Europea, da distribuire agli studenti.

A dispetto di un certo, diffuso relativismo, arriva la conferma di una società che cerca sempre il bene, riaffermandolo. Così nelle scuole gli alunni vogliono parlare di argomenti davvero importanti. “Papà, non piangere di nascosto: quei disegni dei bambini per difendere i genitori licenziati”. Questo è uno di quei titoli che soltanto il realismo della cronaca sa dettare (“La Repubblica”, 20 febbraio, a firma di Maurizio Corsetti). La preghiera in un disegno: “Non licenziate i nostri papà”. Tutti i bambini hanno la bocca all’ingiù, “così fanno i bambini quando devono disegnare la tristezza, così ha fatto Laura con la sua matita. Ed è triste pure il sole, là nel cielo spento. Sono tristi i papà che hanno perso il lavoro, sono tristi le mamme, i fratelli, le sorelle, la città, tutti”. Questa è la storia di una fabbrica che ha appena chiuso. Era una fabbrica di viti e bulloni per automobili ed elettrodomestici, “la Fivit Colombotto di Collegno, alle porte di Torino”. Da qualche settimana l’azienda ha abbassato le serrande. Adesso ottanta famiglie rischiano, di colpo, di finire sulla strada. I bambini di quelle famiglie hanno deciso di prendere matite e colori, a scuola, per dire “no, non licenziate il mio papà”, per chiedere che non finisca così, per dire “cattivi, papà perde il lavoro”.
Proprio guardando i disegni di questi bambini, riprodotti in tutti i loro colori sulla pagina de La Repubblica, mi viene in mente la cultura giapponese, e la regola della pittura a china: “Osserva per dieci anni il bambù, fatti bambù tu stesso, poi dimentica e dipingi”.

di Luisella Daziano

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