L’informazione scientifica è ancora un bene comune nell’Economia della conoscenza?

L’informazione scientifica è ancora un bene comune nell’Economia della conoscenza?

biomediaQuesto il tema affrontato mercoledì 26 febbraio durante la riunione organizzata dalla prof.ssa Carla Basili con il gruppo [email protected], presso il CNR di Roma.
L’incontro ha avuto inizio con la relazione del prof. Mario Bernardini che ha immediatamente evidenziato il grande cambiamento che sta minando il giornalismo medico scientifico: esso non informa più in maniera completa e oggettiva, ma comunica una visione soggettiva e fuorviante dei fatti.

 

biomediaQuesto il tema affrontato mercoledì 26 febbraio durante la riunione organizzata dalla prof.ssa Carla Basili con il gruppo [email protected], presso il CNR di Roma.
L’incontro ha avuto inizio con la relazione del prof. Mario Bernardini che ha immediatamente evidenziato il grande cambiamento che sta minando il giornalismo medico scientifico: esso non informa più in maniera completa e oggettiva, ma comunica una visione soggettiva e fuorviante dei fatti.

Non più informazione medico-scientifica, quindi, ma cronaca sulla salute.
Uno dei fattori che ha provocato questo cambiamento è stato il passaggio da un’informazione data nell’interesse della società ad una fornita nell’interesse e – come ha ben sottolineato il prof. Enzo Pennetta – per attirare l’attenzione del singolo individuo.

“Strillare” la notizia, infatti, diventa un’esigenza per i giornalisti che si trovano a dover fare i conti con la concorrenza. Una necessità che spesse volte si trasforma – colpevolmente – in cattiva informazione. Fino a trovarsi, non di rado, di fronte a titoli che stravolgono completamente il significato dell’articolo o, ancor peggio, notizie che stravolgono completamente la realtà dei fatti.

Una domanda sorge spontanea: siamo in grado di distinguere la parte “strillata”? Siamo capaci di “scremare” il marketing per giungere alla notizia?
Il possesso di un buon bagaglio culturale unito alla volontà di non accontentarsi della prima versione dei fatti costituisce, certamente, un valido aiuto. Ma è sufficiente? O non sarebbe forse necessario – come ha sottolineato la prof.ssa Carla Basili – stilare dei criteri oggettivi che ci permettano di sviluppare un sano senso critico?

Quel senso critico che – come ha messo in luce la prof.ssa Marina Bellia – non viene più insegnato agli studenti.

Quel senso critico che restituirebbe credibilità al giornalismo scientifico.

di Valentina Tosi

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