Mamme a matite in libertà

Mamme a matite in libertà

 

Non ho tanta voglia di commentare i giornali della settimana. Solo una personalissima riflessione. Se c’è una lezione che i professionisti della comunicazione devono trarre dall’ infame massacro di Parigi è che sull’arte della satira espressione e forma di libertà e della libertà di stampa, ci si debba tutti fermare e riflettere. A maggior conto quando questa colpisce i figli assassini del divertissement. Resta che la libertà di stampa non può essere la libertà di offesa. Ma ammettiamolo (ma lo dico a me stesso), dopo l’attacco alle Torri Gemelle. La presero per pazza. Parlo di Oriana Fallaci. Oggi ciò che fa più orrore è la strage che continua. Strage di fanatici assassini, di devoti ammiratori e diffusori di stati islamici autoproclamantesi califfati e dell’Islam cosiddetto radicale. Non si uccide, non si può uccidere per una vignetta, fosse anche la più giacobina, come quelle di ‘Charlie Hebdo’! Da qui siamo tutti Charlie! Eppure certi figli dell’Islam lo fanno. Torna di piena e illuminante attualità il discorso di Ratisbona del 2006. E quanto ingiustamente fu attaccato quel papa. Scrissero che Benedetto ce l’aveva con l’Islam perché aveva osato ricordare loro che non si uccide invocando un Dio. Dio non può essere mai la fonte di un omicidio. Il cristianesimo aveva saputo separare la sfera religiosa da quella secolare, l’Islam faccia altrettanto. Viceversa difficile sarà opporsi ai kalashnikov con le sole matite.

W le mamme. Da Zenit riprendo l’articolo la notizia dei giudici torinesi che hanno ordinato al Comune di trascrivere l’atto di nascita di un bambino nato in Spagna da due madri con fecondazione eterologa. Secondo i togati questo è il modo corretto di affermare “l’interesse del bambino” e delle due donne, sposate nel Paese iberico e divorziate nel 2014, sono indicate nello stato civile del Comune di Barcellona come “madre A” e “madre B” del piccolo. In un primo momento la loro istanza era stata respinta dal Tribunale di Torino, che aveva ritenuto la trascrizione “contraria all’ordine pubblico” poiché antitetica alle norme in materia di filiazione che fanno riferimento ai concetti di madre, padre, marito, moglie. Ma ora la sezione famiglia della Corte d’Appello presieduta da Silvia Daniela ha ribaltato quella decisione in quanto – si legge nella sentenza – la mancata trascrizione all’atto di nascita andrebbe a comprimere l’identità personale del minore e il suo status in Italia. Il prof. Francesco D’Agostino, docente di Filosofia del diritto, su Avvenire, scrive: “la sentenza del Tribunale di Torino è espressione della “società dei desideri”, nonché “del loro moltiplicarsi, dell’invenzione di mille nuovi modi per soddisfarli”. Società che è “la più coerente col sistema economico-sociale (mercantilista e individualista) che domina nel nostro tempo e dal quale nessuno sa esattamente come sia possibile uscire”. “È forse giunto il momento – riflette infine D’Agostino – di chiedere a tutti noi (e soprattutto a quei magistrati che ormai da tempo hanno indebitamente assunto nel nostro Paese il ruolo di unici veri attori biopolitici) di riconoscere con la massima franchezza che siamo diventati incapaci di individuare il bene umano al di là della logica dei nostri interessi soggettivi e che per la soddisfazione dei nostri interessi attuali siamo ormai ben disposti a sacrificare i più ragionevoli interessi delle generazioni future (a partire da quello basilare di poter chiamare mamma una donna e papà un uomo)”.

 

Antonello Cavallotto

 

Iscriviti alla newsletter