8° Workshop Internazionale di Bioetica, Multiculturalismo e Religione

8° Workshop Internazionale di Bioetica, Multiculturalismo e Religione

a cura di Allister Lee, studente della Licenza in Bioetica

Dal 20 al 23 settembre, il tanto atteso XIII Workshop Internazionale di Bioetica, Multiculturalismo e Religione si è svolto a Bangkok, in Thailandia. È stato il primo workshop dopo la pausa causata dalla pandemia, di conseguenza si è tenuto sia di persona che virtualmente tramite Zoom. Il workshop è stato organizzato dalla Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani stabilita presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e l’Università Euroepa di Roma, in collaborazione con l’Università Chulalongkorn.

Il tema di questa edizione è stata l’importanza di proteggere l’ambiente, la biosfera e la biodiversità, scelto alla luce del riconoscimento da parte delle Nazioni Unite come un diritto umano l’accesso a un ambiente pulito, sano e sostenibile.  Lo scopo era quello di comprendere meglio come le diverse tradizioni concettualizzano il rapporto tra umanità e natura, e di conseguenza l’approccio etico per affrontare l’attuale questione climatica.  I partecipanti di quest’anno includevano studiosi di religioni e tradizioni come il cristianesimo, l’ebraismo, l’islam, l’induismo, il secolarismo, il buddismo, il confucianesimo e il taoismo.  La metodologia utilizzata in questa edizione prevedeva che ogni accademico avesse 15 minuti per presentare il proprio articolo, seguito da una risposta da parte di uno studioso della diversa tradizione e si concludesse con una sessione di domande e risposte di 45 minuti da parte del pubblico.

Il workshop si è aperto con una serie di interventi di Somsong Ngamwang, direttore dell’ufficio di Cooperazione Internazionale, Prof. Alberto Garcia, Decano della Facoltà di Bioetica e Titolare della Cattedra UNESCO di Bioetica e Diritti Umani (Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma), Suradech Chotiudompant , decano della Facoltà di Lettere dell’Università Chulalongkorn e Prof. P. Joseph Tham,L.C., coordinatore di questo workshop, sottolineano la necessità di  un dibattito pubblico  sull’azione per il clima  da una prospettiva religiosa esprimendo anche gratitudine alle organizzazioni che hanno facilitato il workshop.

La prima presentazione è stata tenuta da Luzita Ball, trustee della Fondazione Islamica per l’Ecologia e le Scienze Ambientali, in rappresentanza della fede islamica. Nella sua presentazione, Ball descrive che secondo il Corano e gli Hadith, la natura è una cosa bella che è stata creata da Allah e l’umanità  si  è assunta la responsabilità di “amministrare” la natura (Khilaafah).  Per illustrare la sua argomentazione, Ball sottolinea che la diversità sia tra le specie che all’interno delle specie stesse sono segni (ayah)  della  bellezza, dell’intelligenza, del potere, della  compassione e dell’amore di Allah. Per quanto riguarda l’approccio dell’Islam sulla gestione dell’ambiente, Ball fornisce due argomenti chiave. In primo luogo, sottolinea  che è imperativo per l’umanità riconoscere che il miglior risultato per la natura e per gli uomini risiede in un vero equilibrio.  Di conseguenza, quando si discute di questioni climatiche, bisogna tenere in eguale considerazione l’umanità e la natura, in modo da massimizzare i benefici delle azioni climatiche intraprese. In secondo luogo, Ball ha aggiunto che esistono sistemi esistenti nella legge islamica, come aree ben definite in cui è vietato uccidere gli animali selvatici e raccogliere la maggior parte della vegetazione (Harim) o zone di conservazione (Hima) per proteggere l’ambiente dallo sfruttamento eccessivo e dai danni. Per concludere la sua presentazione, Ball ha sottolineato l’importanza della giustizia ambientale a tutti i livelli della società. La risposta alla presentazione della professoressa Ball è stata data dal professor David Heyd, docente di filosofia all’Università Ebraica di Gerusalemme, da una prospettiva ebraica secolare. Egli ha esordito descrivendo l’ebraismo come la “religione sorella” dell’Islam, sulla base delle loro somiglianze nei contenuti e negli insegnamenti. Tuttavia, il Prof. Heyd sottolinea alcune differenze chiave, la proattività dell’umanità nell’assumersi la responsabilità del mantenimento terra secondo la tradizione islamica, mentre viene imposta agli uomini nella tradizione ebraica. Inoltre, ha sostenuto che l’approccio ebraico alla natura è più antropocentrico rispetto a quello islamico, perché si concentra maggiormente sul modo in cui Dio ha creato il mondo affinché gli uomini possano trarne beneficio.

La seconda sessione è iniziata con una presentazione del Prof. John B. Appleby, docente di etica medica presso la Lancaster Medical School, sulla “Beneficenza ambientale”. L’idea di “Beneficenza ambientale”, come descrive il Prof. Appleby, è un quadro decisionale medico-paziente che mira a dare priorità alla sostenibilità, preservando al contempo la qualità delle cure fornite ai pazienti. Egli sostiene che ciò è necessario in quanto lo stato attuale dell’assistenza sanitaria nega gli effetti a lungo termine del cambiamento climatico sulla salute e sul benessere. Il Prof. Appleby conclude la sua presentazione auspicando un cambiamento nelle scuole, nelle cliniche e nel pubblico generale, in modo che la sostenibilità faccia parte della conversazione quotidiana quando i pazienti ricevono assistenza sanitaria. La risposta alla relazione del professor Appleby è stata data dal professor Roland Chia, docente di dottrina cristiana al Trinity Theological College. Egli mette in discussione la mancanza di premesse filosofiche e di presupposti metafisici alla base delle argomentazioni del prof. Appleby, affermando che non ci sarebbe etica senza una certa comprensione del mondo e del rapporto tra uomo e natura. Il prof. Chia fornisce inoltre l’idea di “Beneficenza ambientale” con una metafisica cristiana che riconosce l’importanza di considerare la prosperità delle generazioni future quando si prendono decisioni su questioni attuali.

Nel pomeriggio del primo giorno, due relatori di spicco, Henk Ten Have e Denis Chang, hanno tenuto presentazioni intitolate rispettivamente UNESCO on Environment and Integral Ecology, Natural Order & Relational Self: Towards a “Postsecular” Synthesis in an “Ecological Age”. Il Prof. ten Have ha impostato la discussione del workshop ribadendo la posizione dell’UNESCO sulla protezione dell’ambiente e sottolineando il valore indispensabile della saggezza e delle conoscenze locali nella creazione di un ambiente sostenibile per le generazioni future. Nel frattempo, la presentazione del Prof. Chang ha fornito una panoramica dell’approccio filosofico passato e attuale per comprendere il ruolo e la responsabilità dell’uomo in relazione all’ambiente. Chang ha anche evidenziato una delle figure contemporanee dell’azione per il clima: Papa Francesco e la sua enciclica Laudato Si’.

La tavola rotonda del pomeriggio ha visto la partecipazione dei professori Chris Durante, Vardit Ravitsky, David Barr e Sumalee Mahanarongchai. Le tradizioni evidenziate in questa discussione comprendono l’ortodossia, il secolarismo, il cristianesimo (in particolare il protestantesimo) e il buddismo thailandese. L’Ortodossia, rappresentata dal Prof. Durante dell’Università di San Pietro, ritiene che l’attuale mancanza di cura dell’ambiente da parte dell’umanità sia di natura morale e la classifica come peccato. Questa categorizzazione si basa sul panenteismo dell’Ortodossia, la convinzione che “tutto è nel Divino” e “il Divino è in tutti”. Il Prof. Durante conclude che la chiave per porre fine a questi peccati contro natura è la trasfigurazione di sé e della comunità. D’altra parte, la Prof. Ravitsky sostiene che, nonostante la fallibilità umana, le società hanno fatto grandi passi avanti nella protezione dell’ambiente e che ci dovrebbero essere elementi di ottimismo razionale nel futuro dell’umanità. Nel frattempo, il Prof. Barr riconosce che, a causa della natura frammentata del protestantesimo, la sua posizione sull’ambiente è altrettanto frammentata e suscettibile di influenze esterne come le ideologie politiche. La risposta dellla Prof. Mahanarongchai al Prof. Barr esplora la religione come strumento politico che possiede le proprie gerarchie di potere e come può influenzare il processo decisionale influenzando i politici.

Nel secondo giorno del workshop, i partecipanti si sono concentrati sulle tradizioni orientali. La mattinata è iniziata con la tradizione taoista, rappresentata dai dottori Edmund Kwok e Christine Lai, che hanno invitato a tornare al Tao, all’armonia tra cielo, terra e uomo, ritornando all’autenticità attraverso la semplicità. In risposta alla loro presentazione, il dottor Aasim Padela, professore di Bioetica e Medical Humanities presso il Medical College del Wisconsin, ha proposto la narrazione monoteistica islamica della creazione, che crea una gerarchia tra le creature in contrasto con le credenze taoiste. Successivamente, la seconda tavola rotonda della mattinata si è concentrata sul confucianesimo, presentato da Jonathan Chan, ex professore del Centre for Global Studies dell’Università di Shantou. Il Prof. Chan ha posto una domanda stimolante: se il valore degli esseri viventi non umani deve essere considerato inferiore a quello degli esseri umani, quanto è esattamente inferiore? Esiste un modo quantificabile per fare questa valutazione?

Nel pomeriggio si è tenuto un dibattito pubblico all’Università Chulalongkorn. Il gruppo di discussione comprendeva il professor Durante, la signora Ball, padre Anil Sakaya e la professoressa Ravitsky, moderati da padre Tham. Il gruppo ha discusso il ruolo emergente della bioetica nel campo delle scienze ambientali. Alla discussione pubblica hanno partecipato monaci buddisti in rappresentanza di un’università di Bangkok e diversi accademici esterni. Gli argomenti di discussione spaziavano dalla prova dell’intelligenza negli animali che aumenta il valore che gli esseri umani arbitrariamente assegnano loro, alla questione se sia etico sterminare un’intera specie di zanzare per proteggere l’umanità dalla malaria.

L’ultimo giorno del workshop è iniziato con la presentazione della professoressa Ellen Zhang dal titolo A Construction of Environmental Ethics from a Buddhist Perspective, in cui ha tracciato un collegamento tra i rami Mahayana e Thervada del buddismo. Una delle idee chiave presentate dalla professoressa Zhang è che, poiché tutte le cose di questo mondo sono interconnesse attraverso una rete complessa, se una cosa viene distrutta, anche le altre ne risentiranno. Il prof. Ruping Fan ha risposto con un’argomentazione confuciana secondo cui la cura dell’ambiente è una forma di amore, ma di minore importanza rispetto ai principi fondamentali del pensiero confuciano, come la pietà filiale. La discussione prosegue con la presentazione di p. Anil, un monaco buddista, che si concentra sul ruolo dei monaci thailandesi nella protezione dell’ambiente, ad esempio i monaci che raccolgono bottiglie di plastica per farne abiti. Inoltre, il relatore sottolinea che, sebbene gli insegnamenti buddisti non abbiano contenuti specifici sull’imperativo umano o sulla responsabilità nei confronti dell’ambiente, è dovere dei devoti esercitare la propria coscienza nell’utilizzo delle risorse naturali, tenendo conto del costante stato di cambiamento. Lilian Santos, bioeticista dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, ha risposto chiedendo se il buddismo prenda posizione in altre questioni bioetiche, come l’intelligenza artificiale.

La seconda sessione della mattinata è stata una tavola rotonda in cui si è discusso l’approccio ebraico all’azione ambientale etica. Il Prof. Jonathan Crane della Emory University ha esposto la sua proposta di non-antropocentrismo, ovvero la comprensione del fatto che gli esseri umani devono coesistere con tutte le cose non umane e che, essendo uguali a tutto il resto del mondo, “gli esseri umani non sono che un pezzetto nel vasto cosmo in divenire”. Il Prof. Paul Macneill dell’Università di Sydney risponde all’articolo del Prof. Crane chiedendosi quali siano i termini pratici del dovere descritto dal Prof. Crane e di chi sia la responsabilità di adempiere a tale dovere in un contesto non antropocentrico. In alternativa, il Prof. Macneill suggerisce che la tradizione indù è sempre stata antropocentrica, concentrandosi sulla sofferenza e sull’illuminazione, e sostiene che è necessario un nuovo approccio per l’etica ambientale religiosa.

L’ultima tavola rotonda di questo workshop ha visto la partecipazione del Prof. John Lunstroth, di Prof. P. Sameer Advani, L.C., del Dr. R. R. Kishore e del Prof. Soraj Hongladarom, che hanno discusso della protezione dell’ambiente dalla prospettiva indù. Il Prof. Lunstroth mette sotto esame il termine “religione”, sostenendo che l’induismo è in realtà una filosofia cosmologica o una guida morale per la vita quotidiana piuttosto che una religione con dottrine chiare e fisse. Tuttavia, a causa dell’espansione coloniale, si è cercato di plasmare l’induismo in una religione della natura per inserirlo in una sorta di categoria. Il Prof. Lunstroth continua sostenendo che se si considera l’Induismo nella sua forma pre-coloniale, esso sembra adorare alberi e animali nonostante gli insegnamenti di Ataiva, l’unicità di tutte le cose. In risposta all’argomentazione del prof. Lunstroth, P. Advani si chiede non se il colonialismo abbia influenzato la percezione della religione nelle culture non occidentali, ma piuttosto “quanto profondo, quanto fondamentale, quanto trasformante sia stato questo cambiamento”. La discussione è stata seguita dal Dr. Kishore che ha illustrato come l’Induismo percepisce la natura del mondo naturale attraverso estratti di testi chiave dell’Induismo come l’Atharva Veda. La presentazione finale è stata tenuta dal Prof. Hongladarom, che è stato fondamentale per il successo di questo workshop. Nella sua presentazione, il prof. Hongladarom ha messo a confronto la tradizione indù e quella buddista tailandese, sottolineando che nessuna di queste tradizioni orientali ritiene che l’uomo sia superiore agli altri esseri viventi o non viventi, ma piuttosto che sia solo una parte del tutto.

In conclusione, questo workshop ha esplorato un’ampia gamma di idee, dagli aspetti teologici a quelli politici della religione, e il modo in cui essi percepiscono le ragioni dell’umanità per proteggere l’ambiente e prevenire ulteriori danni. Come partecipante a questo workshop, ho imparato che la protezione dell’ambiente non è un argomento di discussione, ma che il dibattito per trovare il modo più etico ed efficiente per farlo è un dibattito che continuerà nel prossimo futuro.

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