Meditazione di P. Pedro Barrajon L.C. (Gennaio 2014)

Meditazione di P. Pedro Barrajon L.C. (Gennaio 2014)

lc 19 11-27

Invito alla responsabilità: Lc 19, 11-27

            11 Mentre essi stavano ad ascoltare queste cose, Gesù disse ancora una parabola perché era vicino a Gerusalemme ed essi credevano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro. 12 Disse dunque: «Un uomo di nobile stirpe partì per un paese lontano per ricevere un titolo regale e poi ritornare. 13 Chiamati dieci servi, consegnò loro dieci mine, dicendo: Impiegatele fino al mio ritorno. 14 Ma i suoi cittadini lo odiavano e gli mandarono dietro un’ambasceria a dire: Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi. 15 Quando fu di ritorno, dopo aver ottenuto il titolo di re, fece chiamare i servi ai quali aveva consegnato il denaro, per vedere quanto ciascuno avesse guadagnato. 16 Si presentò il primo e disse: Signore, la tua mina ha fruttato altre dieci mine. 17 Gli disse: Bene, bravo servitore; poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città. 18 Poi si presentò il secondo e disse: La tua mina, signore, ha fruttato altre cinque mine. 19 Anche a questo disse: Anche tu sarai a capo di cinque città. 20 Venne poi anche l’altro e disse: Signore, ecco la tua mina, che ho tenuta riposta in un fazzoletto; 21 avevo paura di te che sei un uomo severo e prendi quello che non hai messo in deposito, mieti quello che non hai seminato. 22 Gli rispose: Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: 23 perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi. 24 Disse poi ai presenti: Toglietegli la mina e datela a colui che ne ha dieci 25 Gli risposero: Signore, ha già dieci mine! 26 Vi dico: A chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 27 E quei miei nemici che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me».

 

            Mentre i discepoli ascoltavano Gesù, egli aggiunse una parabola. Mentre noi cerchiamo di capire, Gesù va avanti. Egli ci precede di molto. Noi lo seguiamo con difficoltà. I pensieri di Dio, l’uomo fa fatica a capirli. Noi ragioniamo con i nostri modelli mentali. Dio ha i suoi che ci superano di molto. Egli è sommamente intelligente e sapiente. Noi vediamo non solo in parte ma una sola parte. Egli vede tutto e totalmente poiché è il Creatore e l’Autore di tutto. Che bel esercizio di fede, seguire Gesù e così poter penetrare meglio i pensieri di Dio. A volte egli ci conduce per strade difficili, ma egli è lì per darci la forza e il coraggio.

            Gesù ci presenta la parabola delle mine. San Matteo parla invece di talenti. Sessanta mine costituiva, nel sistema monetario greco, un talento. La parabola è simile in insegnamenti a quella del Vangelo di San Matteo (Mt 25, 14-30) anche se ogni evangelista la presenta in un modo peculiare. San Luca parla di un uomo di stirpe regale che doveva prendere in eredità un regno. I cittadini non volevano che quest’uomo fosse loro re e vollero approfittare dell’occasione per lasciarlo fuori. Il nobile distribuisce una mina a dieci servi con il comandamento de fare fruttificare quel denaro. La parabola poi soltanto parla del rendiconto di tre di loro. Il primo, alla venuta del nobile, presenta 10 mine; il secondo 5 e il terzo rende la stessa mina che aveva ricevuto. I due primi ricevono un premio corrispondente al guadagno: dieci e cinque città da governare. Invece il terzo è rimproverato per non avere al meno fatto fruttificare con gli interessi bancari la mina ricevuta. Il nobile comanda che la mina sia data a colui che ha guadagnato di più e chiede ai suoi servi l’uccisione di coloro che si opposero a lui come re.

           

            A prima vista ci troviamo di fronte ad un parabola molto dura dove sembra che si quantifica in modo preciso il premio dovuto alla gestione di ciò che si ha ricevuto, da una parte, e dall’altra il castigo dato ai servi oppositori ci risulta non misericordioso.

            Innanzi tutto bisogna situare questo testo nel genere che gli è proprio, quello della parabola, attraverso la quale Gesù vuole sottolineare alcuni aspetti importanti della sua dottrina. Il primo è che la vita è un regalo. Dio ci colma di doni. Questi doni non sono soltanto per noi, ma per condividerli, per metterli a disposizione degli altri, per donare frutti di santità e per il Regno dei cieli. Gesù fustiga l’atteggiamento del pigro e di colui che giustifica la propria inattività accusando Dio e non se stesso. Questa parabola ci invita ad un serio esame di coscienza di guardare i doni di cui il Signore ci ha colmati: doni naturali, doni carismatici. Guardarli senza vanità ma con responsabilità, sapendo che ci sono stati dati per metterli a disposizione del Regno di Dio. Se non fosse lo stesso Gesù che pronuncia questa parabola, di questo Gesù che ci ha rivelato la misericordia al Padre, verrebbe da avere un certo sentimento di timore di fronte a questo giudice che castiga duramente ai nemici. Ma, secondo me, questi nemici della parabola, sono Satana e i suoi demoni, che si oppongono al Regno di Cristo e che saranno sconfitti alla fine del tempo proprio dall’amore misericordioso e redentivo del Figlio di Dio incarnato. La parabola non vuole creare sentimenti di paura ma soprattutto di responsabilità e di generosità nel modo di gestire i grandi doni che Dio ci ha donati.

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