Piva Patrizia – La danza dell’amicizia

Piva Patrizia – La danza dell’amicizia

 

 

Lectio Divina sull’icona della Visita di Maria a S. Elisabetta

 

 

 

 

Pubblicata nella collana “Le Briciole”. Parrocchia S. Maria di Loreto Delia (CL)

 

 

 

 

 

 

LA VISITA DI MARIA ALLA CUGINA ELISABETTA

“LA DANZA DELL’AMICIZIA”

Suor Patrizia Piva

Suor Patrizia Piva, Vicaria Generale della Congregazione delle Suore Cistercensi della Carità, ha conseguito il dottorato presso il Pontificio Ateneo Teresianum, nel 2000, sta frequentando il Corso di Psicopedagogia della Vita Consacrata, per la Licenza presso l’ISSR dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.


«In quei giorni Maria si mise in viaggio……». Così si apre l’icona biblica della Visitazione. Anche noi vogliamo con lei lasciarci mettere in stato di viaggiatori, di pellegrini dell’Assoluto.

Vogliamo con Maria lasciarci condurre, sentendoci già “visitati dal Signore” e mandati a visitare le “tante Elisabette” che ci attendono, per annunciare le meraviglie di Dio, che ci rende tutti amici e commensali sulle strade della vita.

La “nostra cartina stradale” sarà l’icona della Visitazione, ma i passi del nostro cammino saranno cadenzati dalla danza dell’amicizia, nella ricerca di chi come noi vuole fare esperienza di Dio che passa. Sentiamoci dunque animati da una fretta danzante, di colle in colle, sospinti non dalla costrizione del dovere, ma dalla tensione dell’Amore.

Una tensione che è dilatazione del cuore, ma anche audacia di correre sulla via dell’accoglienza, della fede e dell’adempimento delle parole del Signore.

L’icona biblica della Visitazione è la tabella di marcia da cui vogliamo lasciarci condurre. In essa troviamo un percorso obbligato che ci inserisce nello svincolo giusto per giungere alla casa di Elisabetta. Questo percorso obbligato parte dall’annuncio dell’angelo a Maria.

La Vergine Santissima si racchiude tutta in questi due eventi: il primo in cui Maria mette se stessa nelle mani di Dio e con il suo “Eccomi” dice: fai tu, io sono pronta, disponibile, come una creta molle nelle mani dell’Artista divino; il secondo in cui Maria passa dal fai tu, al facciamo insieme, divenendo la donna dell’amicizia e del servizio.

L’Annunciazione è un episodio storico-salvifico in cui tutto parla di silenzio, di preghiera, di raccoglimento.

Le poche parole che Maria dice sono il frutto di una profonda riflessione, di una amorosa e divina contemplazione. Con il suo sì, Maria diviene il tabernacolo purissimo e vivente del Verbo Incarnato. Anche l’angelo Gabriele scompare dalla scena senza proferire parola: «E l’angelo partì da lei» (sottolinea l’evangelista Luca). Non c’è nient’altro da aggiungere, in Maria tutto si compie, non si può che restare in silenzio per non turbare la divina grandezza di questo momento.

Ma Maria, cosa fa?

Non rimane a godere della Divina Presenza di Gesù in lei. Agisce in modo opposto, da come noi stessi ci aspetteremmo. Esce da Nazareth, si mette in viaggio, fa circa 160 Km di strada, affronta 3 o forse 4 giorni di duro cammino per andare a visitare l’anziana cugina Elisabetta.

Una decisione per niente normale, nella sua situazione di fidanzata e di donna in attesa. Una decisione che certamente avrà attirato la disapprovazione della gente, visto che la condizione di fidanzata in cui si trovava Maria, secondo il costume ebraico imponeva il ritiro, il nascondimento, la segregazione fino al giorno delle nozze.

A Maria, però, non interessa cosa dirà la gente.

E allora… cosa la spinge ad andare in fretta verso la montagna?

Il bisogno di trovare un cuore amico, a cui confidare i prodigi avvenuti in lei, di sfogarsi santamente, perché non può contenere la grande emozione, il grande mistero che si cela in lei. Come una miccia accesa che sta per scoppiare, in Maria vi è un irresistibile bisogno di portare Gesù, il Figlio di Dio che ora occupa interamente il suo cuore, i suoi pensieri, i suoi affetti più profondi. Una vita nuova pulsa dentro di Lei, producendo una energia smisurata che ha bisogno di straripare al di fuori, non solo con le parole, ma con i fatti, mettendosi al servizio di Elisabetta.

Come Gesù nella sua ora suprema, dopo aver accolto pienamente la volontà del Padre nell’offrire tutto se stesso con un sì pieno e irrevocabile, si cinge i fianchi per lavare i piedi dei dodici con l’umiltà del servo e l’amore sconfinato dell’amico.

Così anche Maria con il suo ecco-me, proclama con le labbra la sua disponibilità totale al progetto di Dio su di lei e poi si mette a servire Elisabetta.

“L’ora di Maria” risuona nell’Annunciazione: Dio l’ha visitata, l’ha ricolmata di sé, ha preso carne nel suo seno. Ora la “schiava del Signore”, risponde a Dio danzando la danza dell’amicizia, della carità cristiana, quella vera, quella che dalle parole passa ai fatti.

Chiediamo che sia lei a dettare il tempo e il ritmo di questa danza… Se ascoltiamo bene, possiamo lasciarci raggiungere dalle due note portanti di questa melodia: l’ORA ET LABORA di Maria, l’Annunciazione e la Visitazione, la preghiera e il servizio, il dire sì con le labbra e con la vita.

Il “sì di Maria” non è un monosillabo vuoto e senza senso, da verificare di continuo, è un impegno esigente, vitale, che cambia, trasforma, rende nuovi, ma che richiede anche svuotamento, umiliazione, enorme sofferenza.

E’ non lasciarsi imprigionare dalle cose della terra, ma vedere tutto con gli occhi del cielo, cioè dalla prospettiva giusta, che ci rende servi di Dio, servi della logica del Vangelo per poi metterci a servizio della gente, dei fratelli come ha fatto Maria.

Questa ragazzina di quattordici o forse quindici anni coraggiosa e audace affronta da sola una viaggio lungo e pieno di pericoli. Maria è una donna forte, che sa affrontare le dicerie pubbliche, che sa di dover scavalcare moduli di comportamento che la vorrebbero precisa, ordinata, allineata, come le altre ragazze del suo tempo, della sua città di Nazareth, come tutte le altre ragazze della sua età. Lei non è una “santarellina” tutta casa e sinagoga, buona, servizievole, ma incapace di incidere nella vita sociale.

La logica di Maria è la logica del Vangelo, del Verbo fatto carne nel suo grembo purissimo; la sua è la logica dell’audacia, di un discepolato che non si accontenta di camminare, ma vuole danzare.

E’ la logica della danza dell’amicizia, che Maria ci vuole far assaporare, per additarci un cristianesimo non appiattito e rassegnato, ma audace e contagioso, capace di fare di noi “amici” che camminano insieme non uno contro l’altro, ma uno per l’altro.

E’ solo nella logica biblica della consegna, del dono di sé, del lasciarci condurre che possiamo percorrere i passi di questa amicizia.

Ma prima di percorrerli riassaporiamo cosa ci dice il brano della Visitazione:

«In quei giorni Maria, si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le danzò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha danzato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”.

Allora Maria disse:

“L’anima mia magnifica il Signore

e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

perché ha guardato l’umiltà della sua serva.

D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente

e Santo è il suo nome:

di generazione in generazione la sua misericordia

si stende su quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio,

ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni,

ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati,

ha rimandato a mani vuote i ricchi.

Ha soccorso Israele, suo servo,

ricordandosi della sua misericordia,

come aveva promesso ai nostri padri,

ad Abramo e alla sua discendenza,

per sempre”.

Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua».

(Lc 1,39-56)

 

Sette passi per danzare l’amicizia

 

Leggendo questo brano evangelico mi è sembrato di individuare sette passi che ritmano la danza dell’amicizia, e cioè:

 

1.     La consegna

2.     La fretta

3.     La gioia

4.     La fede

5.     Il canto

6.     Gli ultimi

7.     L’essenzialità

 

1. La consegna

     

    «In quei giorni Maria, si mise in viaggio verso la montagna».

    Maria è la donna del primo passo, delle strade in salita.

    Nel descrivere la partenza di Maria per la Giudea, Luca usa lo stesso verbo che nei Vangeli viene usato per indicare la risurrezione di Gesù (il verbo anìstemi). Non si vuole indicare un semplice alzarsi e mettersi in movimento, è un’azione materiale che comporta uno slancio spirituale, interiore. Anche l’indicazione, verso la montagna, nel testo lucano appare molto più che una semplice indicazione topografica, fa pensare invece alla buona novella descritta nel libro di Isaia: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di bene che annunzia la pace, messaggero di bene che annuncia la salvezza …» (Is 52,7).

    Significativa è anche la direzione di questo viaggio dalla Galilea alla Giudea, come sarà il cammino missionario di Gesù. Maria realizza il preludio della missione di Gesù, collaborando con la sua maternità all’opera del Redentore, si fa modello, esempio di una vita contemplativa in azione, per tutti coloro che nella Chiesa vogliono mettersi in cammino per portare la luce e la gioia di Cristo agli uomini di ogni luogo e di ogni tempo.

    Nella danza della consegna, che è apertura a Dio e servizio ai fratelli, Maria ci invita a realizzare una carità che non potrebbe esistere se non si nutrisse di preghiera.

    La carità verso i più poveri, gli ultimi della terra nasce da una profonda e personale esperienza contemplativa della carità di Dio. Quanto più si fa esperienza di Dio, tanto più non si può fare a meno di donarla agli altri, nella gioia dell’incontro e nella fretta del servizio. E’ sempre più importante che le nostre comunità cristiane diventino autentiche “scuole” di preghiera.

    E’ necessario lasciare che Dio si incontri con la nostra storia personale, sociale ed ecclesiale, lasciarci mettere in cammino da Lui, accettando come Maria di percorre una strada in salita, mettendoci in viaggio verso la montagna per salutare Elisabetta; salendo a Betlemme per il censimento; andando a Gerusalemme con Gesù dodicenne per la festa di Pasqua; salendo sul calvario per condividere con Gesù il mistero della sua morte e risurrezione; salendo al piano superiore con la Chiesa nascente per attende il dono dello Spirito Santo.

    Solo così, scopriremo di essere conquistati, segnati da Qualcuno che non avremmo previsto nelle sue estreme conseguenze, ci troveremo avviati su un cammino imprevedibile che ci trasformerà, liberandoci da noi stessi e consegnandoci nell’amore al servizio degli altri, soprattutto dei più bisognosi.

    E allora mettiamoci su questa stessa strada della Visitazione come anime, “cristificate” e “cristofore”, portate da Cristo e portatrici di Cristo ai fratelli e  alle sorelle.

     

    2. La fretta

       

      «Raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta».

      E’ la fretta di andare per rimanere, la fretta dell’incontro e del servizio.

      Il vero incontro però non avviene solo tra Maria ed Elisabetta, ma avviene anche tra ciò che ciascuna di esse porta nel grembo: sono i figli, Gesù e Giovanni, che si incontrano e che, dall’interno, spingono le due madri ad esprimersi con gesti e parole.

      Quante volte anche noi sperimentiamo che è sì il nostro corpo a muoversi,  ma  ciò che ci  permette  di farlo è l’energia

      che si cela dentro di noi.

      Ciò che spinge Maria a correre verso la montagna, e a farlo in fretta è la presenza di Gesù in Lei, una presenza che produce dentro una strana inquietudine, una sorta di svuotamento, che già da questi primi passi la rende partecipe, della morte e risurrezione del Figlio. È come se Maria dicesse a se stessa: il tempo è breve, la vita fugge via veloce, non posso perdere tempo, devo investirlo al meglio, devo sapermi mettere in gioco, devo mettermi in cammino, non posso vivere in uno stato di parcheggio permanente.

      E allora dobbiamo tutti comprendere sempre più e sempre meglio che è necessario mettersi in cammino, passando dall’intuizione all’azione e dall’azione alla gioia della contemplazione adorante. Va però notato che la fretta di Maria non è frettolosità, non è attivismo, non è lasciarsi catturare dalle tante cose da fare, non è superficialità nei rapporti con gli altri. Maria va subito in fretta, ma la sua è una fretta contemplativa, meditativa e caritativa.

      In altri termini, Maria sa donare tempo a Dio e quindi sa incontrarsi con Lui in un dialogo orante e adorante, fatto di ascolto e parola, ricerca e adesione e così la fretta del servizio diventa concretamente dedicare tempo all’altro, tutto il tempo di cui ha bisogno, ma senza fretta!

      La fretta dell’andare si trasforma in Maria nella pazienza del restare. La Serva del Signore che ha dentro di sé l’energia vitale e vitalizzante del Verbo incarnato, è invasa da un amore incontenibile, frutto del suo ascolto, della sua fedeltà, del suo silenzio, dello svuotamento pieno di sé. E’ proprio perché Maria si lascia svuotare che può divenire, per volontà di Dio, la donna colmata dalla grazia.

      Questa grazia è una energia interiore, che Maria deve lasciar traboccare da sé. È ciò che lei va a portare ad Elisabetta: «Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta». Ma con quale saluto? Il saluto dello shalom. E’ la pace interiore, che produce in noi uno stato di grazia.

      In Maria, Gesù diviene il ponte che ricongiunge il mondo con Dio. Maria si fa annuncio profetico di questo meraviglioso evento: sono caduti tutti i muri, tutte le difese, è venuta meno l’inaccessibilità della trascendenza del Dio dell’AT che impediva all’uomo di dialogare a tu per tu con Lui.

      Il saluto si fa segno certo di amicizia e di vicinanza; sono finiti i tempi dell’ira, della distanza, dell’estraneità. Dio, in Gesù di Nazareth, si manifesta come Emmanuele, Dio con noi, in mezzo a noi.

      Maria porta a Elisabetta lo shalom, che è riconciliazione, pace, armonia, benevolenza, benessere a tutti i livelli. Quando questo saluto trova un cuore corrispondente, disponibile e accogliente, allora la pace contamina il ricevente, allora nasce la comunione, la contagiosa esigenza di portare ad altri questa “Buona Novella”.

      Non dovremmo noi tutti, nei nostri rapporti “intra” ed “extra” ecclesiali, lasciarci raggiungere da questo saluto per essere i portatori dello Shalom di Dio nelle nostre case, nelle nostre parrocchie, dovunque, affinché si rinnovi tra noi una amicizia accogliente, pronta alla collaborazione, al cercare il bene dell’altro, a preferire il poco ma fatto insieme che il molto, ma fatto da soli?

      In fondo, cos’è un saluto? Una piccola cosa, ma nella nostra cartina stradale della Visitazione, sembra essere la prima cosa importante per aprire i cuori e preparare le strade.

       

      3. La gioia

         

        «Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha danzato di gioia nel mio grembo».

        Siamo di fronte alla gioia profonda dell’amicizia. La visita di Maria a Elisabetta inonda l’anziana cugina di un bagno di gioia, di una gioia salvifica. Il saluto dello shalom di Dio fa vibrare il cuore.

        Questo incontro supera il sentimento spontaneo della simpatia familiare; al mutismo incredulo di Zaccaria, fa eco la gioia dirompente di Maria, perché nel suo seno portava il Messia, il Signore della storia.

        Giovanni Battista nel seno di Elisabetta sussulta, danza di gioia perché si sente raggiunto da quella gioia messianica di cui lui stesso sarà il precursore.

        È la stessa gioia che sperimenteranno i discepoli di Gesù dopo la risurrezione, alla voce del Maestro che li saluta dicendo: “Pace a voi”. Si sentiranno invasi da una forza nuova, ogni tristezza, ogni dubbio, ogni paura è diradata, sorge nella loro vita un sole nuovo, che li rende testimoni della gioia, del sorriso di Dio, danzatori dell’esultanza trionfante del Cristo risorto.

        E’ la gioia dell’incontro, non di un incontro casuale, ma voluto da Dio, è una amicizia in Cristo, di due madri che si sentono visitate e inviate da Dio a rispondere al suo piano di salvezza.

        Non è una gioia effimera e passeggera, ma è una gioia duratura e permanente, perché alimentata e sostenuta dalla Parola di Dio, dalla voce di Dio che segretamente, ma realmente, prende corpo in Maria ed Elisabetta.

        E’ la gioia dei poveri, perché di fatto Elisabetta ci insegna a vedere Maria alla luce di Cristo. Maria non ha alcun senso senza Cristo.

        Elisabetta e Maria respirano e vivono la parola del Signore, agendo come e in continuità con i personaggi dell’antico Patto. Elisabetta riconosce in Maria l’arca dell’Alleanza, della Nuova Alleanza, che porta in lei la Parola di Dio. E’il primo tabernacolo vivente della storia. L’anziana cugina esulta di gioia parlando solo di Maria e non di sé. Si realizza così la danza dell’amicizia, in cui ognuna dimentica se stessa per mettere in evidenza l’altra.

        Maria conosce bene questa danza. E noi: siamo disposti a danzare con lei, mettendoci sul serio alla sua scuola? In questo nostro tempo in cui sperimentiamo intorno a noi e dentro di noi “carestia di felicità”, possiamo essere noi i portatori della gioia ai nostri fratelli, ai tanti giovani che bussano alla porta del nostro cuore, accrescendo le loro riserve di coraggio, raddoppiando le provviste dell’amore, alimentando le lampade della speranza, attendendo con fede colui che verrà a «mutare il lamento in danza, e la nostra veste di sacco in abito di gioia» (Sal 30, 12).

         

        4. La fede

           

          «Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?… E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore».

          La gioia messianica che ha investito Elisabetta la ricolma dello Spinto Santo e la rende capace di vedere con gli occhi della fede ciò che sta succedendo.

          In virtù dello Spirito Santo, Elisabetta come una vaso vuoto, pronto per essere colmato, questa può proclamare la sua duplice professione di fede: Benedetta sei tu o Maria, benedetto il frutto del tuo grembo.

          Elisabetta dice “bene di Maria” come donna della fede, come madre del Messia, la corredentrice dell’umanità insieme al suo Figlio.

          Di fronte a tanta grandezza Elisabetta non si sente degna: «A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?». E subito dopo la dichiara beata: «E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore».

          Quale fede Elisabetta riconosce in Maria? La fede di colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore, di colei che ha saputo fare vuoto di sé, per far spazio a Dio, che ha creduto anche senza capire, anche senza sapere dove Dio la voleva condurre.

          E’ una fede che si fa obbediente, si fa umile, si fa amica.

          La beatitudine della fede è il coraggio di credere nella parola del Signore; è affidamento, fiducia e confidenza, è rischio della consegna di sé a Dio, perché egli liberamente realizzi il suo progetto salvifico. Credere vuol dire abbandonarsi a Cristo, Via, Verità e Vita, sapendo e riconoscendo umilmente “quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie” (Rm 11,33). Maria tace, aspetta che Elisabetta si apra, parli, dica tutto quello che ha nel cuore. Allora l’amicizia diventa attenzione all’altro, ai suoi segreti, alle sue gioie, ai suoi problemi. Queste due donne ci educano a danzare la vita creando condivisione, lasciando germogliare la gioia dentro di noi per seminarla intorno a noi; ci educano a capire senza aspettare di essere capiti, a consolare senza aspettare di essere consolati, a gioire dell’altro senza aspettare che l’altro gioisca di noi.

          Come Maria dobbiamo ricercare una fede che sa “giocare in perdita”, che permette a Dio di lavorare sulla nostra nullità, sulla nostra pochezza e fragilità.

          Come Maria dobbiamo approfittare di questa “nave della fede” che cammina sul fiume della nostra vita, occorre però non lasciarla passare invano, restando spettatori inermi. E’ necessario saltarvi dentro e proseguire verso il porto sicuro.

          Ma per fare questo, sull’esempio di Maria e di Elisabetta, dobbiamo abbandonare ogni autosufficienza, ogni atteggiamento compiacente, non possiamo pensare e ragionare così: io so cosa devo fare, io so come vanno le cose.

          Con umiltà accogliente e disponibile, entriamo nel “kairos”di Dio (cioè questo momento favorevole e di grazia), per una adesione totale e generosa a Lui, lasciandoci condurre, divenendo gli uni per gli altri compagni di cammino, propagatori di amicizia e di fiducia reciproca. Divenendo uno per l’altro norma e regola di vita, per distinguere il bene dal male. Vivendo uno per l’altro, uniti dalla stessa fede, dallo stesso amore, gareggiando non nella conquista del primo posto, ma nel permettere all’altro di essere primo.

           

          5. Il canto

             

            «Allora Maria disse: L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono».

            Forse Maria, il “magnificat” deve averlo proprio cantato danzando, perché non gli basta narrare con le labbra ciò che Dio operava in lei, sentiva il bisogno di cantarlo e di danzarlo perché troppo grande era il dono che le veniva consegnato nel suo seno purissimo.

            Questo cantico è la risposta della Vergine al mistero dell’Annunciazione: l’angelo l’aveva invitata alla gioia, ora Maria esprime l’esultanza del suo spirito in Dio Salvatore.

            In questa prima parte del “magnificat”, Maria rivela se stessa, manifesta la sua identità e lei creatura povera e senza influsso nella storia si sente invadere dallo sguardo di Dio.

            Questo cantico si pone in continuità con le grandi donne dell’AT, in particolare riprende il cantico di Anna, madre di Samuele (1Sam 1,11), in cui risuonano l’umiliazione e la miseria di una donna sterile che affida le sue pene al Signore.

            Così anche Maria rivela la sua piccolezza davanti a Dio («ha guardato l’umiltà della sua serva»), ma non si ferma, non si ripiega su se stessa, deve cantare e danzare, con le note della misericordia e della benevolenza, la gratuità di Dio che ha posato su di lei, umile ragazza di Nazareth, il suo sguardo, chiamandola a diventare la Madre del Messia.

            Il cantico diviene la rivelazione del piano di Dio su Maria. Egli non è solo il Dio grande e Onnipotente a cui tutto è possibile, come aveva preannunziato l’angelo Gabriele («nulla è impossibile a Dio»), ma è anche il Dio capace di tenerezza e di fedeltà per ogni uomo.

            Nel “magnificat” è l’anima di Maria che si racconta, per celebrare l’amicizia con il prossimo più prossimo, la cugina Elisabetta.

            Al centro del Magnificat non c’è Maria ma Dio, perché lei scompare subito dopo l’intonazione del canto: “L’anima mia magnifica il Signore”. Maria prega e canta Dio con le stesse parole di Dio! In maniera tutta particolare nella sua preghiera e nelle sue azioni anticipa la missione che Gesù compirà a favore dei poveri e degli ultimi. Come sarebbe bello che i poveri udissero e accogliessero la luce della speranza di questo canto mariano, attraverso la voce e il calore della nostra tenerezza d’amore!

            Non dobbiamo noi tutti riscoprire la bellezza e la necessità del canto, non solo di quello liturgico, ma anche del canto della vita, per il Dio della vita? Non dobbiamo forse come comunità religiose, parrocchie, come diocesi, come Chiesa imparare alla scuola di Maria a fare coro e a saper cantare insieme, per essere anime fedeli nel servizio e ardenti nella lode?

            E’ necessario essere un unico coro che canta insieme seguendo una sola linea melodica, quella che converge verso Dio. Se anche una sola voce cala di tono, quella dei sacerdoti, dei religiosi e religiose, dei fedeli laici, tutto il concerto sarà compromesso e il nostro canto non rallegrerà il cuore di Dio.

             

            6. Gli ultimi

               

              «Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre».

              Se nella prima parte del “magnificat” Maria lascia parlare Dio in lei, nella seconda parte parla di quello che Dio vuole operare in favore dei poveri, degli ultimi, di coloro che hanno una corsia preferenziale per essere raggiunti dall’Amore e dalla Misericordia di Dio.

              La vergine di Nazareth compie una lettura sapienziale della storia, per introdurre tutti noi a scoprire il misterioso agire di Dio.

              Egli capovolge la mentalità e i giudizi di questo mondo per venire in soccorso dei piccoli, a scapito dei ricchi e dei potenti, si prende cura degli umili e dei poveri della terra. E’ l’umiltà del cuore ad attirare su di noi la benevolenza di Dio.

              Allora si deve sempre più capire che è necessario uscire dal tempio e camminare sulle strade del mondo per fare in modo che nel nostro volto sia riconosciuto il volto di Dio. Lo spirito di povertà è un atteggiamento che nasce da una relazione tessuta da persone che vivono nella gioia e sono capaci di amare; è libertà per Dio e in Dio; è manifestazione dell’amore di Dio nella nostra esistenza; è gratuità, è accogliersi come dono e diventare dono nel servizio, è saper scrivere Gesù Cristo nelle pagine di ogni giorno, sulle orme di Maria che “in fretta” inizia un lungo viaggio per mettersi al servizio della cugina Elisabetta.

              Quale modo migliore per essere veri imitatori di Maria, se non mettendoci a servizio degli ultimi, dei poveri della porta accanto, accogliendo il caldo invito del “volontariato della carità”, non tanto per fare qualche buona opera che ci fa vivere con la coscienza a posto, ma piuttosto per essere come Maria i cantori del “magnificat”, per svuotarci di noi stessi nell’andare verso l’altro, per saperci piegare, per saperci sporcare le mani, nel diventare “amici” di tante persone sole ed abbandonate. Solo così forse la danza dell’amicizia che si leva dalla nostra diocesi potrà essere udita anche altrove, e vedendo le nostre comunità cristiane anche di noi potranno dire: Guarda come si amano!

               

              7. L’essenzialità

                 

                «Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua».

                Dopo essere andata in fretta da Elisabetta, Maria si ferma presso di lei per tutto il tempo di cui c’è bisogno, sicuramente in uno stile di semplicità e di essenzialità, aprendosi all’ascolto, alla comunione, in una amicizia fatta di tanti piccoli gesti di attenzione e di amore.

                L’essenzialità è una virtù mariana che non dobbiamo sottovalutare, in noi stessi, nei nostri rapporti, nel nostro stile di “fare chiesa”, essa toglie da noi tutte le zavorre inutili e le coreografie sterili, svelandoci chi realmente siamo, avvicinandoci maggiormente a Dio, che è la semplicità e l’essenzialità fatta carne.

                Sull’esempio di Maria, allora, il nostro stile di vita sia impregnato di semplicità, essenzialità e amicizia nello Spirito.

                Apriamoci come Lei all’ascolto di quanti in varie maniere ci chiedono aiuto, per rendere più saldi i legami di comunione e affetto spirituale, nella sempre più piena disponibilità a conoscere le difficoltà e i problemi reali di tutti coloro che si considerano discepoli di Gesù Cristo o che sono in ricerca veramente sincera di Lui.

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