Laudatio Inauguralis del professore Evandro Agazzi

Laudatio Inauguralis del professore Evandro Agazzi

A cura di P. Jesús Villagrasa, LC.

Autorità, professori, studenti, amici. Sono profondamente onorato di proludere la Laudatio del professore Evandro Agazzi per il conferimento del dottorato Honoris causa in Filosofia.

Dopo aver ascoltato i suoi meriti accademici, non sorprende che questo grande filosofo abbia ricevuto dalla comunità accademica internazionale, oltre a numerosi premi, diversi dottorati honoris causa. ll conferimento di un tale dottorato non è un semplice premio, è il più alto riconoscimento che l’Accademia può conferire;  a seguito di una profonda riflessione, e come espressione di una scelta condivisa e convinta del corpo docente, la nostra Facoltà di Filosofia conferisce il suo primo dottorato honoris causa a colui che, per competenza e ricchezza di idee, ha dimostrato di costituire un punto di riferimento per la nostra comunità.

Nella sua qualità di istituzione pontificia di educazione superiore, Il nostro ateneo vuole riconoscere nella produzione di questo proficuo e profondo autore un contributo esemplare ad un progetto ‘epocale’ dei recenti pontefici, in particolare di Benedetto XVI: “Allargare gli orizzonti della razionalità”.

Prima che questo progetto fosse abbozzato, il prof. Evandro Agazzi aveva già dedicato anni di ricerca e di produzione a tale impresa. Questo il merito: poter offrire oggi alla comunità, percorsi ampiamente compiuti di esercizio di una razionalità allargata. Allargare gli orizzonti della ragione richiede cogliere la distinzione, ma anche le connessioni e i rapporti, tra razionalità scientifica, razionalità metafisica e razionalità della fede. Il titolo della sua odierna Lectio doctoralis, “Cielo e Terra: dalla fisica, alla metafisica, alla religione”, ci orienta su questa strada.

In questa breve laudatio, per cogliere meglio la portata dell’impresa del prof. Agazzi, permettetemi di accennare, prima, al progetto ratzingeriano di allargamento della ragione e, poi, all’itinerario agazziano.

I.

Nel discorso ‘non letto’ all’Università La Sapienza (gennaio 2008) Papa Benedetto ricordava che, nell’università medievale, oltre alle facoltà di Medicina e Giurisprudenza, c’erano quelle di Filosofia e Teologia, alle quali era affidato un compito che ancora permane: “essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l’uomo sia distolto dalla ricerca della verità”. subito dopo, con umiltà e realismo Papa Benedetto aggiunge:

“Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda – in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità”.

La nostra Facoltà di Filosofia, vuole riconoscere nel prof. Agazzi un grande del nostro tempo, per il cammino percorso nella ricerca perseverante della verità, allargando gli orizzonti della razionalità scientifica.

Nello stesso discorso, papa Benedetto riconosce che nei tempi moderni si sono dischiuse e valorizzate molto le scienze naturali, e quelle storiche e umanistiche. Nel presente contesto – afferma – “esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande” (2008). Come vedremo, Agazzi si è confrontato esplicitamente con questi pericoli.

Nel 2005, Il Pontefice aveva già invitato ad ‘allargare gli orizzonti della razionalità’ all’Università Cattolica del Sacro Cuore. In quell’occasione, constatava come la sintesi armonica tra fede e ragione raggiunta da Tommaso d’Aquino e altri grandi del pensiero cristiano è stata “contestata da correnti importanti della filosofia moderna. La conseguenza di tale contestazione è stata che come criterio di razionalità è venuto affermandosi in modo sempre più esclusivo quello della dimostrabilità mediante l’esperimento. Le questioni fondamentali dell’uomo – come vivere e come morire – appaiono così escluse dall’ambito della razionalità e sono lasciate alla sfera della soggettività. Di conseguenza scompare, alla fine, la questione che ha dato origine all’università – la questione del vero e del bene – per essere sostituita dalla questione della fattibilità. Ecco allora la grande sfida delle Università cattoliche: fare scienza nell’orizzonte di una razionalità diversa da quella oggi ampiamente dominante, secondo una ragione aperta al trascendente, a Dio”.

Nel famoso discorso all’Università di Regensburg (12-IX-2006), Benedetto XVI fa una critica della ragione moderna dal suo interno. Egli non intende proporre un ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, perché quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve. Dice: “Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell’uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. […] Nel mondo occidentale domina largamente l’opinione, che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall’universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. […] Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma […] È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell’università”.

Infine, al VI Simposio Europeo dei Docenti Universitari (7 giugno 2008) ha detto che la proposta di “allargare gli orizzonti della razionalità” “deve essere intesa come la richiesta di una nuova apertura verso la realtà a cui la persona umana nella sua uni-totalità è chiamata, superando antichi pregiudizi e riduzionismi, per aprirsi anche così la strada verso una vera comprensione della modernità. Il desiderio di una pienezza di umanità non può essere disatteso: attende proposte adeguate. La fede cristiana è chiamata a farsi carico di questa urgenza storica, coinvolgendo tutti gli uomini di buona volontà in una simile impresa. Il nuovo dialogo tra fede e ragione, oggi richiesto, non può avvenire nei termini e nei modi in cui si è svolto in passato. […]” Cari amici, avete davanti a voi un cammino molto impegnativo”.

In questo ampio orizzonte, davanti a questo programma, sullo sfondo di questo progetto ‘epocale’, come non lodare ‘l’impegnativo cammino” già percorso dal professore Agazzi.

II.

Concentriamo la nostra attenzione sul suo esercizio di ragione aperta e allargata, come filo rosso della sua carriera accademica[1].

Essere razionale, secondo Agazzi, significa “dare ragione” di ciò che si afferma; fondarlo. Questo senso di razionalità domina l’intero percorso della scienza e della filosofia occidentale. Agazzi afferma che un’analisi rigorosa dell’attività scientifica pone le basi del discorso metafisico; e che la ragione può sviluppare una solida metafisica, basata su criteri cognitivi analoghi a quelli della scienza, pur superando i limiti che essa si impone.

Conoscenza astratta e storica. La riflessione di Agazzi sulla scienza si basa sulla “oggettività” dell’oggetto scientifico. Che le proposizioni scientifiche siano oggettive può essere compreso in due modi: in un senso debole, come intersoggettività; in senso forte, esprime il suo riferimento all’oggetto e alla realtà.

L’intersoggettività, secondo Agazzi, si basa sulla disponibilità di una serie di operazioni che consentono di falsificare e verificare ciò che in quella scienza è considerato un fatto.

L’oggettività, in senso forte, si basa su un insieme di proprietà delle cose che l’oggetto studiato dalla scienza estrae dalla realtà, ignorando quelle proprietà che non sono tra i suoi predicati di base. Agazzi scopre che l’oggettività della conoscenza scientifica (il riferimento a un oggetto) e l’intersoggettività si corrispondono, perché i predicati di base di ogni scienza costruiscono l’oggetto e ne consentono la conoscenza intersoggettiva. L’oggetto di una scienza non corrisponde a un quadro esaustivo della natura del mondo fisico. L’oggetto è tagliato dalla realtà ed è quell’insieme di proprietà che la scienza cerca di conoscere di una realtà ignorando tutte le altre.

Nella sua dottrina sull’oggettività scientifica Agazzi sottolinea, oltre l’astrattezza, la storicità degli oggetti scientifici: ciascuna scienza considera certi aspetti della realtà che, in una determinata epoca storica, si possono pensare, concepire e trattare con gli strumenti a disposizione. Perciò la scienza ha una storia dell’accumularsi di verità e dell’eliminazione di errori, del raggiungimento di nuove conoscenze e lo sfruttamento di quelle già conosciute. Il passaggio da una teoria all’altra non va inteso come un processo di falsificazione; può essere dovuto a un cambiamento nell’universo degli oggetti studiati dalla scienza, o a un nuovo punto di vista oggettivo che viene imposto alla comunità scientifica come più interessante e fruttuoso di quello precedente. La verità della nuova teoria non falsa necessariamente la precedente; entrambi hanno il loro universo di oggetti ed è in relazione a quell’universo di oggetti che la verità delle loro proposizioni deve essere giudicata. Se la meccanica classica non ci serve più per studiare il mondo fisico quando si tratta di piccole masse o velocità vicine alla luce, significa semplicemente che una nuova teoria ha chiarito i limiti dell’orizzonte in cui si muove. Benché, rispetto al proprio universo di oggetti, gli oggetti del mondo macroscopico, la fisica classica può continuare a rivendicare la verità delle sue proposizioni[2].

Le caratteristiche di astrattezza e storicità sottolineate dal prof. Agazzi non si oppongono alla visione realista che lui ha della scienza: questa non è un costrutto convenzionale, ma si propone di conoscere il mondo (della natura, della società, della storia, della struttura psichica, eccetera) e riesce in questa impresa. Il carattere realistico della scienza non coincide con l’infallibilità, né con l’assoluta certezza delle conclusioni scientifiche. Come tutte le conoscenze umane, anche quelle scientifiche possono essere costellate da errori che poi possono essere eliminati.

La fallibilità della scienza non è un problema. Il vero problema è il neopositivismo e lo scientismo: il neopositivismo come concezione filosofica riduttiva della scienza; e lo scientismo come riduzione di tutta la conoscenza valida a questa concezione ridotta di scienza.

Neopositivismo. La filosofia della scienza che ha imperato negli ultimi decenni è il neopositivismo, ispirato dal Circolo di Vienna, e programmaticamente antimetafisico. “Le armi impiegate dai neopositivisti per la lotta antimetafisica -riassume Agazzi – si possono utilmente distinguere in due principi e in un metodo (gli uni e l’altro semplicemente ‘presupposti’ senza alcun tipo di fondazione). I principi sono l’empirismo radicale e il depotenziamento dell’intelletto, il metodo è quello dell’analisi del linguaggio”[3].

I neopositiviti erano disposti ad ammettere che la scienza conosce la realtà, però solo a livello delle osservazioni. Tutti i concetti e i costrutti teorici venivano considerati come non dotati di un riferimento reale. I discorsi della metafisica, “quando non siano semplicemente frutto di errori logici, sono comunque ‘privi di senso’, e, come tali, non vale neppure la pena di impegnarsi a refutarli” (MR p. 109).

Ora, i presupposti del neopositivisimo non reggono. La scienza stessa è piena di concetti ed enunciati non empiricamente verificabili in modo diretto; irriducibili ai concetti osservativi: cioè non sono la pura registrazione di percezioni sensoriali. La scienza, come afferma prof. Agazzi, cammina su due piedi: empiria (dati verificati o falsificati da operazioni) e logos (la spiegazione teorica di tali dati).

Inoltre, la stessa delimitazione del campo di’indagine specifico di ogni disciplina scientifica richiede un atto di astrazione. Le diverse scienze empiriche non sono in grado di abbracciare qualunque “cosa” si presenti nella esperienza. Ciascuna ha il suo campo.

Infine, l’empirismo radicale deve negare l’esistenza degli enti inosservabili di cui trattano le scienze più avanzate (per esempio, particelle elementari). Ciò non sembra sostenibile perché “tale esistenza è affermabile se si riconosce all’intelletto un uso anche sintetico nel senso seguente: nella misura in cui questi enti risultino come la ragion d’essere dei fenomeni empiricamente osservabili, non si può negare la loro esistenza senza negare anche quella dei fenomeni osservati” (MR 116). Agazzi quindi recupera il realismo della scienza e la metafisica riconsegnando alla scienza la capacità di fare affermazioni vere, anche su oggetti non osservabili.

La pretesa di eliminare la metafisica in nome di un ossequio alla scienza non regge, perché contro una metafisica dell’essere, che abbia nell’esperienza il suo punto di partenza immediato, non si possono muovere obiezioni di carattere metodologico in nome della razionalità scientifica. Nella metafisica come nella scienza si attua necessariamente una mediazione dell’esperienza, operata dal logos. “Se non si ammette l’uso sintetico della ragione, la stessa scienza si svuota dei suoi più avanzati apporti conoscitivi (dato che, ormai, ogni scienza avanzata tratta di entità non accessibili alla pura constatazione sensoriale)” (MR 117).

Scienza e metafisica si distinguono, secondo Agazzi, perché hanno diverse intenzioni cognitive: la metafisica riguarda la totalità, l’essere in generale;  la scienza si limita al mondo dell’esperienza. La complessa storia dei rapporti tra scienza e metafisica nasce dalla tentazione del riduzionismo scientifico e dalla tendenza della scienza a occupare l’intero orizzonte della conoscenza.

Per considerare le possibilità della metafisica, conviene distinguere due significati correlati:

Nel primo senso – come conoscenza della realtà in quanto tale e delle sue caratteristiche più universali – Agazzi mostra che le conoscenze scientifiche particolari richiedono un quadro universale; e avverte anche dell’errore di fingere di trovare nella stessa scienza facili sostituti della riflessione metafisica.

Nel secondo senso – la metafisica come conoscenza di ciò che trascende l’esperienza sensibile – Agazzi ribadisce l’uso sintetico della ragione che presiede alla costruzione scientifica e alla costruzione metafisica.

I due sensi sono collegati: “La metafisica – dice Agazzi – non si propone di indagare soltanto certi particolari attributi della realtà, ma aspira a cogliere le caratteristiche fondamentali dell’intero senza aggettivi o limitazioni, ossia caratteristiche che valgono per ogni essere. Tale intero non può essere delimitato a priori e, per esempio, fatto coincidere con l’intero dell’esperienza. Che l’intero coincida con l’intero dell’esperienza potrà eventualmente essere il risultato di un’indagine rigorosa, ossia un teorema e non un postulato, ma un teorema guadagnato ponendosi dal punto di vista dell’intero, ossia un teorema metafisico” (MR 117). L’indagine metafisica conduce a l’affermazione che l’intero contiene effettivamente una parte del reale di natura non sensibile, e in tal senso immateriale.

Lo scientismo è stato l’erede del neopositivismo, nella sua chiusura alla metafisica

L’enciclica Fides et ratio afferma che il positivismo, morto dalla critica interna della filosofia della scienza, rinasce nello scientismo, secondo il quale “la nozione di essere è accantonata per fare spazio alla pura e semplice fattualità. La scienza, quindi, si prepara a dominare tutti gli aspetti dell’esistenza umana attraverso il progresso tecnologico” (FR 88).

La teoria dell’oggettività scientifica di Agazzi include una critica a lo scientismo; perché mostra che il sapere scientifico, benché autentico, è limitato: ogni discorso scientifico è vero a proposito dei suoi oggetti ed è quindi arbitrario pretendere che parli del tutto: ci sono dimensioni della realtà che sfuggono ad una scienza particolare perché rientrano nel campo di un’altra; e ci sono anche dimensioni della realtà che riguardano il tutto e trascendono il mondo empirico; e queste appartengono alla metafisica.

La metafisica, dai suoi albori, ha riconosciuto ‘qualche cosa’ che trascende l’esperienza. Se la metafisica ci riesce in questo compito, apre lo spazio concettuale per la religione. La ragione metafisica non sta solo di fronte alla ragione scientifica, ma anche alla religione e alla fede cristiana.

A questo punto ci poniamo due domande relative alla metafisica. La prima – come ricapitolando – sulla sua possibilità e riguarda la scienza. Se ammettiamo che l’attività scientifica sia il princeps analogatum della conoscenza razionale, e se la metafisica aspira a presentarsi come scienza, allora deve fare i conti con essa.

La seconda sulla sua necessità, e si riferisce alla fede, o in senso più ampio alla religione. In questo caso, il problema perenne della filosofia cristiana di ordinare le relazioni tra ragione e fede appare mediato dalla realtà della scienza[4].

In risposta alla prima domanda, Agazzi mostra che la negazione della metafisica non è una esigenza necessaria del discorso scientifico; anzi, che è possibile fare una metafisica che vada oltre il regno del puramente empirico, basandosi su criteri cognitivi analoghi a quelli che la scienza usa: empiricità e logicità. La trascendenza non è chiusa alla razionalità. Per Agazzi, l’apertura della trascendenza è fatta non dall’impotenza della ragione ma dal suo potere. Un potere limitato ma reale. Se la scienza non si autolimita all’esperienza, si apre lo spazio concettuale della metafisica; e in questo spazio la religione può apparire come razionalmente intelligibile.

In risposta alla seconda domanda, Agazzi mostra che la religione, e in particolare la fede cristiana, non rende superflua la costruzione metafisica; anzi, in qualche modo la richiede, perché la metafisica è il mezzo razionale per “aprire concettualmente la trascendenza”.

Le religioni hanno cercato di dare un’immagine (in genere attraverso una rivelazione) di questa trascendenza che l’uomo cerca di attingere. Questa ricerca è così connaturale all’uomo che non esiste al mondo nessuna cultura che manchi di una religione. Se la civiltà occidentale contemporanea sta perdendo questa dimensione, è perché si è lasciata prendere dallo scientismo: cioè ha ritenuto di consegnare alla scienza e alla tecnologia la capacità di risolvere tutti i problemi umani, compresi quelli del senso e del valore della vita. Però è evidente che questo non regge.

Pur essendo capace di trascendenza, la razionalità metafisica da sola non è in grado di raggiungere l’orizzonte della salvezza. È proprio in questa impotenza che si scopre la fruttuosa relazione tra ragione e fede nel pensiero filosofico. La metafisica costituisce, nelle parole di Agazzi, l’incoronazione degli sforzi della ragione, e allo stesso tempo il “nutrimento intellettuale della fede”. Un atto di fede senza l’esercizio della razionalità non è pienamente umano. Se tutto quanto concerne razionalità e conoscenza si consegna alla scienza, la fede che resta è irrazionale, individualista e soggettivista: puro emotivismo.

L’articolazione della conoscenza razionale e della conoscenza fornita dalla fede è un problema perenne, che attraversa la storia della filosofia cristiana. Il problema è risolto diversamente: nel primo modo, paradigmaticamente rappresentato da San Tommaso d’Aquino e la tradizione del pensiero cattolico, grazie alla ragione e alla sua capacità sintetica, come dirà Agazzi; nel secondo modo, illustrato da Kant e più vicino alla tradizione del pensiero protestante, sottolineando i limiti e l’impotenza della ragione. Il primo, portato all’estremo, può essere accusato di razionalismo, che finisce per rendere inutile la fede. Il secondo, di fideismo che, diffidando della ragione, si aggrappa solo alle certezze della fede.

Ricapitolando: Ratzinger-Agazzi

Di fronte a una cultura positivista, ad una profonda frammentazione della conoscenza nelle università, allo scientismo che limita a priori la ricerca della verità, Ratzinger propone le necessità di una visione ampia e aperta della ragione e del suo esercizio nella ricerca della verità, per dare risposte alle domande fondamentali dell’uomo e sul suo destino. Si ricerca una conoscenza completa, non tanto sulla quantità di conoscenza, quanto per la pienezza e la profondità di ciò che è conosciuto. Rimane così assicurata a ciascuna scienza l’autonomia e l’autorità che le corrisponde nel suo campo di applicazione, e l’apertura di esse al significato ultimo, che dà anche senso e unità alla specificità di ogni scienza.

Riconosciamo al prof. Agazzi il merito di aver percorso questo cammino nella ricerca della verità e aver mostrato come si allarga il concetto e l’uso della ragione per poter comprendere aspetti che vanno oltre la pura realtà empirica e per ottenere una sintesi armoniosa della conoscenza, che integra la teologia e la filosofia.

Come comunità accademica ne siamo veramente grati.

[1] Può servire da esempio la ‘storia’ del suo volume pubblicato nel settembre del 2018 dalla Bompiani: “L’oggettività scientifica e i suoi contesti”, traduzione italiana di “Scientific objectivity and its contexts” (Springer, 2014). La stesura del libro, iniziata nel 1977, ha accompagnato praticamente tutta la sua carriera accademica, sicché vi si trovano ricapitolate, nel loro sviluppo, le tappe di questo allargamento della ragione scientifica.

[2] La verità non è ciò che è conosciuto, ma una qualità della conoscenza: non è una cosa che si cerca di conoscere, ma una relazione di adeguatezza tra giudizio e realtà. La verità delle proposizioni della scienza è relativa all’oggetto a cui fanno riferimento tali proposizioni

[3] E. Agazzi, Metafisica e razionalità scientifico-tecnologica, in AA.VV., Corpo e anima. Necessità della metafisica. (Annuario Filosofico 2000), Mondatori, Milano 2000, pp. 97-124, p. 107 (abbreviato MR).

[4] “La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità” (Fides et Ratio n. 1). Agazzi è esemplare nel riconoscere i giusti diritti della ragione e la trascendenza della fede.

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