Teologia ed Evangelizzazione

Teologia ed Evangelizzazione

 

Teologia ed Evangelizzazione

per una Chiesa che torni ad essere generativa

di Giuseppe Satriano 

 

Pontificio Ateneo Regina Apostolorum

 Roma 4 ottobre 2019

 

 

Saluto con gioia il corpo accademico,

i Decani, i Direttori di istituto, gli Studenti tutti e il personale amministrativo.

Un particolare e grato omaggio di saluto al Rettore magnifico, P. Josè Enrique Oyazún, che mi ha invitato a questo solenne momento accademico.

Un deferente saluto al Gran Cancelliere e al Direttore Generale della Congregazione dei Legionari di Cristo, P.Eduardo Robles-Gil.

Saluto anche i rettori delle altre Università e Istituti.

 

Una premessa che ritengo importante.

         Sono onorato di essere qui tra voi anche se consapevole dei limiti che mi accompagnano. Non sono un teologo o un pastoralista ma semplicemente un pastore che cerca di essere fedele al mandato che mi è stato consegnato: custodire la sposa di Cristo che è nella porzione di Chiesa in Rossano-Cariati. Accogliere l’invito rivoltomi è stato accettare una sfida ardua ma bella. Non aspettatevi un intervento sistematico ma semplicemente una comunicazione che nasce dal cuore e da quelle che sono le mie esperienze di Chiesa vissute. Grazie e perdonatemi in anticipo.

 

Il grigio pragmatismo dei nostri giorni

Credo che molti di noi sperimentino il paradosso di una Chiesa che, nata per annunciare e preparare la venuta del Regno, protesa per essenza verso il futuro, venga percepita da molti come relitto malinconico del passato. Vale a dire una realtà che sembra incapace di offrire una parola per l’uomo moderno che vive in ambienti profondamente secolarizzati, incapaci di incrociare risposte religiose alle proprie domande. Talvolta si ha l’impressione che si stia predicando un Vangelo che non è più quello di Gesù. Egli, invece, era capace di penetrare i cuori, toccandone l’orizzonte affettivo e progettuale della gente che incontrava. Le sue erano risposte concrete ai problemi della gente e non risposte preconfezionate o scontate. Quelle di Gesù erano di un sapore particolare, sapevano di futuro, di un domani sorprendente, insperato capace di indicare possibilità insperabili.

Stiamo vivendo un “grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa – afferma il Papa nell’Evangelii Gaudium (EG) – nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando e degenerando nella meschinità. Si sviluppa la psicologia della tomba, che poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo[1].

Penso sia chiaro che in questi tempi non basti preservare i nostri vissuti pastorali, ma siamo interpellati nel curare una dinamica generativa capace di condurre le comunità ecclesiali verso stili di vita rinnovati dal vangelo. Il lavoro che ci attende è destrutturare modelli stantii e asfittici, per rilanciare e narrare l’umano segnato da Gesù, attraverso approcci veri, concreti, ricchi di umanità.

Il divenire generativi necessariamente sposta l’attenzione dal fare all’essere e richiede un cuore innamorato, appassionato, carico di desiderio, pronto a mettersi in gioco e a donarsi.

 

Una sfida per la Teologia e l’Evangelizzazione

Quella che Papa Francesco lancia ai partecipanti alla plenaria del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione è la sfida sulla quale verte la riflessione di questa sera:

 

«Ogni battezzato è “cristoforo”, cioè portatore di Cristo, come dicevano gli antichi santi Padri. Chi ha incontrato Cristo, come la Samaritana al pozzo, non può tenere per sé questa esperienza, ma sente il desiderio di condividerla, per portare altri a Gesù (cfr Gv 4). C’è da chiedersi tutti se chi ci incontra percepisce nella nostra vita il calore della fede, vede nel nostro volto la gioia di avere incontrato Cristo! ».[2]

Una evangelizzazione capace d’incidere e tracciare percorsi ricchi di autenticità non può essere affidata allo spontaneismo ma necessita anch’essa di una riflessione teologica appropriata, che sappia incarnare uno stile capace di leggere i tempi, non adeguandosi, ma trovando piste di riflessione che sappiano nutrire la vita cristiana in ordine alle sfide dell’oggi.

Nel tentare di approfondire questo passaggio del mio intervento, desidero rifarmi alla chiarezza con cui il Pontefice si è posto a Napoli nel suo discorso sul piazzale antistante la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale:

“Quando nel Proemio della Veritatis gaudium si menziona l’approfondimento del kerygma e il dialogo come criteri per rinnovare gli studi, si intende dire che essi sono al servizio del cammino di una Chiesa che sempre più mette al centro l’evangelizzazione. Non l’apologetica, non i manuali – come abbiamo sentito –: evangelizzare. Al centro c’è l’evangelizzazione, che non vuol dire proselitismo. Nel dialogo con le culture e le religioni, la Chiesa annuncia la Buona Notizia di Gesù e la pratica dell’amore evangelico che Lui predicava come una sintesi di tutto l’insegnamento della Legge, delle visioni dei Profeti e della volontà del Padre. Il dialogo è anzitutto un metodo di discernimento e di annuncio della Parola d’amore che è rivolta ad ogni persona e che nel cuore di ognuno vuole prendere dimora. Solo nell’ascolto di questa Parola e nell’esperienza dell’amore che essa comunica si può discernere l’attualità del kerygma”.[3]

Viene ribadito che al centro di un cammino ecclesiale ci debba essere il tema dell’evangelizzazione. Approfondimento del kerigma e del dialogo sono i criteri con cui ricercare e rinnovare gli studi sapendo fuggire la tentazione dell’apologetica e del proselitismo.

 

Una teologia dialogica capace di inclusività

Una sana teologia non può prescindere da un dialogo serio e approfondito con la vita, con il contesto socio-culturale del tempo. Il Pontefice rimanda al  “dialogo come metodo di discernimento e di annuncio della Parola d’amore” e continua affermando:

Si tratta di un dialogo tanto nella posizione dei problemi, quanto nella ricerca insieme delle vie di soluzione. Un dialogo capace di integrare il criterio vivo della Pasqua di Gesù con il movimento dell’analogia, che legge nella realtà, nel creato e nella storia nessi, segni e rimandi teologali. Questo comporta l’assunzione ermeneutica del mistero del cammino di Gesù che lo porta alla croce e alla risurrezione e al dono dello Spirito”.[4]

Il “procedere dialogico” diviene esperienza complementare tra le due direttrici del vivere la teologia: quella dal basso e quella dall’alto. Il Pontefice chiede la capacità d’incarnare lo stile con cui Gesù attesta e rivela l’amore di Dio e il suo linguaggio di misericordia. In altre parole il Papa chiede di esperire una teologia viva e non solo speculativa. Egli ci chiede di partire da Dio ma sapendo intercettare nell’ascolto e nel discernimento attento “dal basso” le istanze dell’umano, valorizzandone lo spessore, e al tempo stesso coltivando un ascolto ed un discernimento “dall’alto”, capace di fare dell’esperienza della Pasqua la lente d’ingrandimento con cui leggere i “segni del regno di Dio nella storia e di comprendere in maniera profetica i segni dell’anti-Regno che sfigurano l’anima e la storia umana”.[5]

Da un lato si evidenzia l’assumere la Storia come lo spazio aperto, sempre nuovo, all’incontro con il Signore e, al tempo stesso, il valorizzare il principio ermeneutico della misericordia, insito nel mistero della Pasqua, con cui Dio stesso ha voluto incontrare e dialogare con l’umano.

Solo una teologia capace centrata su questo impegno può nutrire un sano evangelizzare, scevro da analisi strategiche e febbricitanti metodi innovativi, ma sempre più ancorato al mistero.

 

Una evangelizzazione capace di dialogo

In quanto va affermando il Papa non ci sono posizioni che non abbiano già trovato posto nei documenti magisteriali e nella riflessione teologica post-conciliare, a partire, come riferimento principale, dagli insegnamenti della Lumen gentium. Posizioni che, dopo il pontificato di Paolo VI, erano progressivamente divenute “poco visibili”. Non a caso, il titolo stesso dell’esortazione Evangelii gaudium, che è l’architrave del suo pontificato, si riallaccia alla “dolce e confortante gioia dell’evangelizzare”, espressione appartenente al n. 80 di Evangelii nuntiandi, che rappresenta il documento più volte citato in EG, precisamente 10 volte. Non solo, ma nelle affermazioni della Evangelii Gaudium sembrano trovare ospitalità altri documenti di Paolo VI, quali: l’esortazione Gaudete in Domino e soprattutto l’enciclica programmatica Ecclesiam suam. Quest’ultima la ricordiamo proprio per aver inciso, in modo fondante, sul piano dell’ecclesiologia dialogica, poi  esplicitata nella Gaudium et spes, la quale rappresenta la matrice della «cultura dell’incontro» tanto spesso evocata dal Papa. Nel capitolo IV di EG, infatti, si legge: “l’evangelizzazione implica anche un cammino di dialogo» [6], il quale «non è un accessorio secondario dell’esistenza del credente: ne è invece un’espressione intima e indispensabile”.[7]

In definitiva, leggendo l’intera Evangelii gaudium emerge, a chiare lettere, come essa abbia attinto a quanto già elaborato dal Vaticano II, un modello di evangelizzazione fatta di dialogo e di annuncio dove i due termini hanno una pregnanza propria e non sono uno aggettivo dell’altro. All’inizio della storia della Chiesa, invece, ci si trovava dinanzi ad una evangelizzazione impostata su di un annuncio dialogico, ovvero un annuncio attento ai codici culturali differenti degli interlocutori, pensiamo a Paolo, agli apologisti, ai Padri della Chiesa.

Ora, invece, non basta il dialogo con le culture ma è necessario un ‘annuncio fatto di testimonianza’ capace di “restituire la Bibbia ai credenti, la Chiesa a tutti battezzati, il diritto alla vita a miliardi di persone, la serenità ai terrorizzati, la dignità alle donne, i beni della terra al popolo depredato, il potere al popolo e non più ai ‘sovrani occulti’ della finanza…[8].

 

Oggi, come Chiesa e non solo, viviamo un momento storico non semplice e il magistero pontificio invita tutti a scendere in campo per vivere un cristianesimo rinnovato e rinvigorito nelle sue responsabilità. Teologi, pastori, battezzati, tutti siamo chiamati ad assumere questo tempo come una opportunità di grazia, un kairos, da vivere sino in fondo.

Per la Teologia e l’Evangelizzazione, chiamate ad essere lontane da ogni forma di autoreferenzialità, c’è un compito importante da attuare: accogliere il valore ermeneutico delle fatiche e delle speranze, dei problemi e delle opportunità di questo tempo, secondo il principio dell’incarnazione, per condurre l’uomo di oggi ad incontrare Cristo, al fine di ridare gioia al vivere e restituire dignità alla vita

 

“La gioia del Vangelo – afferma Papa Francesco – riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia”.[9]

 

È nell’incontro con Cristo che l’esistenza si trasforma, sperimentando nuove prospettive di vita. Condizione di partenza per l’annuncio del Vangelo è un’autentica “Condizione basilare per l’annuncio del Vangelo e tutte le attività connesse è una autentica vita cristiana, una spiritualità a misura del Vangelo. Il punto di partenza è la conversione interiore.”[10]

 

Teologia ed Evangelizzazione a partire da Dio

Non può esserci Teologia e tanto meno Evangelizzazione se non ci si lascia segnare e attraversare dalla Parola, facendosi permeare da quei valori evangelici capaci di edificare in noi la disponibilità del cuore all’inedito di Dio, alle sfide della vita, vivendo e agendo nell’unità dello Spirito.

Sono le nostre comunità grembi generativi della fede, autenticamente fraterne e riconciliate? Quale messaggio di speranza riusciamo ad offrire? Viviamo proclamando Dio, la sua esistenza, ma i nostri comportamenti dicono il contrario, spesso intaccati dall’egolatria.

Viviamo in un contesto globale in cui i legami, le relazioni, i rapporti sono sempre più superficiali, la solitudine è in aumento, e con essa le malattie depressive, mentali. La mancanza di lavoro e la fatica ad intravedere un futuro rende molti prigionieri e schiavi del qui ed ora, del quello che piace a me, che va a me.

Anche a livello pastorale tutto si frammenta e, nonostante siano tanti quelli che manifestano una ricerca di spiritualità, dall’altro prende corpo una religiosità “fai da te” che si esprime nella scelta di luoghi emotivamente attrattivi, in forme di sincretismo religioso, in definitiva in un “Dio a modo mio”. È impressionante il numero di battezzati che abbandonano e si rifugiano nel privato o approdano ad altre religioni piuttosto che a forme di esoterismo e di satanismo. Sono constatazioni preoccupanti che ci devono portare a serie riflessioni e verifiche sulla qualità di vita credente e sulle relazioni all’interno delle comunità cristiane. Siamo chiamati a incarnare atteggiamenti che creino spazi ricchi di comunione e di condivisione tra le persone, ma anche percorsi semplici ed efficaci in cui osare e sperimentare le dimensioni del vivere tra fratelli dove il protagonismo e l’individualismo cedano il passo alla dimensione del “noi”.

Solo una Chiesa dal cuore grande, radicata in Dio e con le braccia aperte, protese verso il mondo, sarà capace di generare vita per i suoi figli. Bella la riflessione di Henri Derroitte, catecheta belga, che pone l’accento su una riforma necessaria al cuore di ogni comunità ecclesiale per rispondere con coerenza al tema della trasmissione della fede:

“ … solo Dio può generare qualcuno che possa partecipare alla sua vita. Allora la domanda che dobbiamo farci non è: come farà la Chiesa a suscitare nuovi cristiani? Quali strategie pastorali dovrà essa adottare per diventare più efficace? […] Dobbiamo invece porci su un altro piano: cosa accade fra Dio e gli uomini e le donne che vivono all’alba di questo secolo? Quali percorsi prende Dio per incontrarsi con essi e farli nascere alla sua vita? E quindi cosa chiede alla Chiesa di cambiare, di trasformare nella sua maniera tradizionale di credere e di vivere, per assecondare quell’incontro?” [11].

Trasmettere la fede non è impresa solitaria ma evento ecclesiale, comunitario, declinato come domanda che riguarda il soggetto incaricato di questa operazione spirituale. In altre parole è la stessa comunità che deve porsi in riflessione circa la sua maturità di fede, per meditare seriamente sul suo vivere e sul suo essere comunità di credenti in Cristo.

“E forse così si può anche cogliere il fatto che il problema dell’infecondità dell’evangelizzazione oggi, della catechesi nei tempi moderni, è un problema ecclesiologico, che riguarda la apacità o meno della Chiesa di configurarsi come reale comunità, come vera fraternità, come corpo e non come macchina o azienda”.[12]

Più che ritrovarci a discutere su quale metodologia attivare per evangelizzare, dobbiamo chiederci, come riflettevamo prima, se la nostra vita è secondo il Vangelo di Cristo. Scopriremo che c’è bisogno di riprendere in mano la vita e, ponendola sotto l’azione dello Spirito, lasciarla incamminare per davvero in scelte evangeliche che abbiano il sapore della misericordia, del perdono, dell’offerta di sé, della condivisione, della solidarietà, così come Gesù ci ha chiesto: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato”. [13]

 

Una Chiesa chiamata ad essere generativa

L’immagine di Maria, Regina degli Apostoli, ci rimanda al momento in cui la prima comunità dei credenti, fecondata dall’azione dello Spirito si è ritrovata ad essere capace di generare alla fede.

Al centro di questa immagine campeggia Maria, prima cristiana, discepola del suo Figlio e icona stessa della Chiesa. Desidero lasciarvi nella contemplazione del mistero dell’annunciazione (Lc 1,26-38), così come ce lo tratteggia l’evangelista Luca.

Guardando al brano provo a individuare alcune coordinate da assumere, che avverto importanti per camminare in uno stile credente e generativo.

Povertà e fragilità: le premesse di una dinamica generativa  

l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret (v.26) 

Nel Vangelo, viene evidenziata la predilezione di Dio per ciò che è fragile, povero, quasi ad indicarci la porta per una vita piena, liberata dalla paura e restituita a sé stessa nell’atto di imparare ad accogliere i propri limiti, così come accade a Maria, a cui spesso sarà rivolta l’esclamazione: “Beata”. L’Angelo non viene mandato verso la Giudea, verso Gerusalemme, terra nobile, ma è inviato verso la Galilea,delle Genti”, terra connotata dal paganesimo a causa del suo essere confine con altre nazioni e crocevia di traffici e commerci.

Solo la fede, l’abbandono in Dio creatore ci fa pervenire a quella sana autostima, libera da ogni vuoto condizionamento e da ogni gioco distruttivo verso sé stessi e gli altri, gioco che ci vede spesso impegnati nel dover dimostrare che non siamo un brandello insignificante di qualcosa, che non siamo un puro niente.

Nella vita spesso cerchiamo di fuggire dalla sensazione di povertà e d’insufficienza, mentre Dio fa propria questa condizione e nell’incarnazione esalta la dimensione di piccolezza dell’uomo. Ci vergogniamo delle nostre lacune, vere o presunte che siano, affidandoci da un lato al gioco del rifiuto di noi stessi e dall’altro lato ad una immagine troppo sicura di noi, da vestire come maschera rassicurante.

Per essere veramente ciò che siamo chiamati ad essere, abbiamo bisogno di uscire da noi stessi, abbiamo bisogno di collocarci da un punto prospettico diverso, quello di Colui che ci ha creato: Dio. Senza di Lui ci aggrovigliamo nell’immane sforzo di divenire giustificazione di noi stessi. Coltivare la consapevolezza del limite, avere chiara la fragilità di cui siamo impastati è l’unica forma di redenzione. Rinunciando alle nostre velleità ritroviamo la Parola di verità su di noi e sul mondo a noi affidato.

Povertà e fragilità diventano spazio in cui siamo capaci d’incontrare l’altro/Altro, simile e diverso, ma al tempo stesso capace di offrire uno spazio in cui specchiarci per cogliere quello che realmente siamo. Solo in questa dimensione abitata dal limite si fa vera la relazione con noi stessi e con gli altri.

 

Un cuore vergine: condizione per generare.

       … a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. (v.27)

Stupisce come, per generare il suo Figlio unigenito, Dio non abbia scelto una coppia segnata dall’unione sponsale ma due vergini, evidenziando come la verginità, innanzitutto dimensione del cuore, sia il “luogo” privilegiato della fede.

La verginità diviene dimensione di libertà da tutto, specialmente da sé stessi, in grado di contenere l’Assoluto.

Luca sembra dirci che solo in un cuore vergine diviene possibile concepire l’umanamente inconcepibile. Troviamo la passività e la povertà totale di chi rinuncia all’agire proprio, per lasciare il posto a quello di Dio, sorgente e fine di ogni cosa.

Nella povertà e nella fragilità della condizione umana di Maria, si esalta la verginità del cuore, come condizione in cui si attesta con verità il bisogno dell’Altro/altro. Tutto si apre alla pienezza del dono; la concupiscenza, la sete di possesso cedono il posto all’accoglienza; l’altro diviene ospite significativo e prezioso in cui il proprio esistere acquista senso, orientamento, pienezza.

Il cuore si proietta nell’incontro con gratuità e, senza calcoli, genera promuovendo la vita, secondo lo stile di Dio: accogliendo, custodendo, accompagnando.

Solo un cuore vergine, veramente libero, che non si lasci affascinare dalla logica del mondo, troppo spesso egolatra, riesce a generare vita e generare alla vita nello stile di Dio: che dona e lascia liberi.

 

Sterilità e fecondità: le due facce dell’essere generativi

      … Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto

      mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio”… (vv. 36-37)

 

La sterilità: paralisi del cuore

Nell’icona mariana trova posto anche la contrapposizione tra l’esperienza del grembo fecondo e del grembo sterile attraverso il riferimento alla vicenda di Elisabetta, cugina di Maria. Quante volte abbiamo vissuto la sensazione di essere sterili, sia nella nostra vita personale e sia in quella pastorale. Come Elisabetta e Zaccaria anche noi abbiamo attraversato l’impotenza, il vuoto affannarci e sperare, l’inutilità apparente della preghiera, la mancanza di frutti significativi nei nostri vissuti.

Quali le cause di questa dimensione triste della vita? Come si giunge a sperimentare una sterilità dell’esistere? Mi sembra ci siano tre passaggi che dobbiamo considerare.

        La paura di morire. Il testo evangelico evoca, nell’atteggiamento di Maria e nella vicenda umana di Elisabetta, quanto accaduto nella narrazione di Genesi riguardo al peccato originale. Queste due donne divengono risposta eloquente a chi volesse comprendere le ragioni di una vita credente che vince la sterilità nell’obbedienza alla Parola. Avere paura di “morire”, di perdere sé stessi, di dover rinunciare alla piacevolezza del vivere è una emozione che attraversa l’esistenza di molti e la mette in crisi. Essa è un’emozione che nasce dal perdere il controllo della realtà; tutto ciò che è certo sembra crollare, la propria immagine viene compromessa e non si riscontra accoglienza nel cuore degli altri; la vita, nelle sue legittime aspirazioni, sembra esserci proibita: Dio ci appare come negatore della felicità umana. Ogni volta che serpeggia questo sentire prende corpo una sensazione d’inutilità e di mancanza di fiducia in noi stessi e in Dio.

        La caduta della speranzaLa mancata valorizzazione di sé stessi, spesso coincide con la perdita di uno sguardo fiducioso verso coloro che ci vivono accanto, verso il domani, verso il futuro. Si sperimenta una reale sensazione di morte che può paralizzare in uno status quo rassicurante, oppure spingere l’individuo verso una frenesia del fare, dell’apparire, dove si cerca di attestare la propria esistenza, tenendo lontana la paura di essere inutili. È di grande aiuto leggere, con questa chiave interpretativa, la parabola del Padre misericordioso, dove il peccato dei due figli si radica in questo atteggiamento che entrambi hanno nei confronti del Padre[14].

        La frenesia del fare. Sperimentare una dimensione d’inutilità, di aridità e di sterilità del vivere, può dare vigore al misurare la vita sul piano del fare. Si entra in un cerchio vizioso divorante, si enfatizza un efficientismo sempre più basato su stratagemmi spesso protesi ad un inutile e dannoso controllo autoreferenziale della realtà. Essi hanno poco dello sguardo di Dio e delle sue prospettive, del suo sogno sulla vita per questo portano in sé il fallimento.

La fecondità: quando la vita vince sulla morte

La fecondità trascende la sterilità e l’efficientismo, poiché travalica l’angusto ordine umano delle cose e si attesta sull’orizzonte della relazione come dono, sull’orizzonte di Dio. Essa è determinata dall’abbandono di ogni tentativo di tenere sotto controllo il vivere, assumendosi il rischio di permettere alla vita di rivelarci i suoi movimenti interiori e disponendosi a percorsi impensati, imprevedibili.

La fecondità è segnata dalla logica del dono: essa fruttifica, genera, non produce e non clona. Guardando a Maria e all’icona evangelica proviamo ad individuare quelle connotazioni della fecondità che nutrono la nostra riflessione in ordine all’esistenza e al cammino pastorale che andiamo compiendo.

        La vulnerabilità: soglia dell’incontro. Sembra strano dover impostare un cammino a partire da qualcosa che ha in sé il sapore del limite, dell’impossibile ma, come abbiamo già meditato, è l’essere disarmati dinanzi all’altro, abbandonando ogni posizione di difesa, che permette di salire la soglia dell’incontro. Nello scegliere la via dell’incarnazione, Dio ha privilegiato la piccolezza, la debolezza, facendo spazio all’accoglienza di ciascuno: pastori e Magi, poveri e ricchi, esclusi e potenti.

Saper leggere e accogliere il proprio limite permette di aprire il cuore all’altro, senza idealismi e pretese, ma nella condivisione dei comuni bisogni. Maria si pone dinanzi all’angelo con un cuore vulnerabile e fragile. L’incontro con Dio la rende disponibile nel leggere il suo limite ma anche il valore aggiunto del lasciar fare a Dio, proprio come nella gravidanza di Elisabetta, sapendo aprire la sua vita al dono e al servizio di Dio e dei fratelli.

        La gratitudine: riconoscimento del dono. Il brano di Luca ci aiuta a cogliere come l’aprirsi all’esperienza del dono dell’Amore, sposta lo sguardo dalla logica del “prodotto” alla logica del “frutto”. Maria avverte il grande dono di cui è oggetto e si dispone ad un dono incondizionato di sé.

Nella gratitudine tutto viene colto come dono, proprio come un frutto, una primizia di stagione, che matura in una logica di gratuità. Il “prodotto”, invece, è sempre la conseguenza di un atteggiamento manipolatore, dove la volontà progetta, decide e plasma ciò che desidera.

Nella gratitudine il cuore riconosce la vita come dono e proprio per questo non se ne impossessa ma la condivide, aprendosi con naturalezza alla comunione. 

        La cura come custodia e accompagnamento. Maria, nella sua verginità, esprime tutta la fecondità di un grembo, capace di accogliere l’abbraccio d’amore di Dio che trasfigura la vita. Maria accoglie la Parola e nell’abbandono totale della fede, genera vita in un servizio generoso e totale. Al centro dell’esperienza salvifica di Maria c’è Dio con il suo progetto d’amore per l’umanità: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio”(Lc 1,36). È lo Spirito Santo il protagonista assoluto, Colui che si prende cura della storia di Maria.

È da questo connubio che scaturisce la forza e la capacità di generare. Maria è il grembo, caldo e disponibile, in cui la grazia di Dio si annida, rendendosi pronto a donare al mondo il Cristo.

Comprendiamo, per analogia, quali conseguenze l’aver cura produce sulle relazioni che viviamo, a livello personale e pastorale, nel rapporto con le realtà che ci vengono affidate, sulla stessa interazione che siamo chiamati a vivere con la natura e il mondo che ci circonda. L’aver cura si attesta nell’offrire un “suolo” ricco, caldo e accogliente, dove ciò che è stato seminato possa crescere bene nei tempi e nei modi propri[15].

 

Conclusione

Mi sembra di poter concludere che essere grembo capace di generare percorsi di vita credente, non è opera di innovative strategie di comunicazione, ma di un cuore che pur limitato si apre al tocco dell’Amore, sapendo trovare la ragione del vivere in Dio, testimoniando con la propria esistenza l’essenziale che nutre e il bello che da gioia, che da stupore.

Teologia ed evangelizzazione sono attese a questa sfida, nuova e antica, dove coltivare ‘spazi vuoti’ e non ‘spazi prepotenti’, in cui lasciarsi parlare e riempire dall’amore che viene da Dio.

Dinanzi ad un ‘disumano ragionevole’ che sembra penetrare e permeare la nostra società, intaccando spesso anche i cammini ecclesiali, siamo chiamati a vivere con tenerezza riabilitando l’umano in tutta la sua pregnanza e forza. Quell’umano sposato e redento da Dio mediante la via dell’incarnazione.

 

 

 

 

 

[1] EG n. 83

[2] Papa Francesco, Discorso, https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2013/october/documents/papa-francesco_20131014_plenaria-consiglio-nuova-evangelizzazione.html, 2013.

[3] Papa Francesco, Discorso, http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/june/documents/papa-francesco_20190621_teologia-napoli.html, 2019.

[4] Ibidem

[5] Ibidem

[6] EG n. 238

[7] Papa Francesco – E. Scalfari, Dialogo tra credenti e non credenti, Einaudi, Torino 2013, 36.

[8] Felice Scalia, Un annunzio di letizia in un’epoca dalle passione tristi, in Presbyteri, anno XLVIII – 2014 – n.2, Trento, p.89.

[9] EG n.1

[10] G. Augustin, Io sono una missione, LEV, Città del Vaticano, 2018, p.17.

[11]  H. Derroitte, «Iniziazione e rinnovamento catechetico. Criteri per una rifondazione della catechesi parrocchiale», in

  1. Derroitte, Catechesi e iniziazione cristiana, 2006, Elledici, Torino, 47-70, qui 53.

[12]  cf M. Roselli, La sfida di essere grembo, Relazione all’Assemblea Diocesana, Rossano, 2018.

[13]  cf Gv 13

[14] cf Lc 15,11-32

[15] cf G. Satriano, Sulla strada da Emmaus a Gerusalemme, al  mondo, pp. 32-35, Rossano 2017

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