Maternità a Rischio

Maternità a Rischio

Intervista a Ignazia Satta,

  1. Recentemente hai pubblicato un libro intitolato “Madre? Specie a Rischio. Le donne, il femminile, la Chiesa” (ed. San Paolo): perché consideri che la maternità sia una realtà a rischio? Rischio di cosa? Come arrivi a questa conclusione?

Il titolo è volutamente provocatorio e vuole porre l’attenzione su un fenomeno che stiamo vivendo noi donne e, di riflesso, anche gli uomini. Noi, donne dei paesi occidentali (quasi tutte), temiamo di venir rinchiuse di nuovo in quella stanza angusta che fino a poco fa ci impediva di partecipare alla vita fuori casa, di contribuire alla vita politica e economica, di studiare. In quella stanza eravamo sempre all’ombra di un uomo (padre o marito), ritenute spesso capaci della “sola” funzione materna. Le cose per  sono cambiate. Il rischio è diventato ben altro. Maternità è un concetto eroso e costantemente ridefinito. Nel diritto e nella realtà non è più un termine univoco: la madre ormai può  essere biologica, genetica o ancora legale. Madre può  anche non esserci (perché ci sono due padri) oppure può  raddoppiarsi (due madri o la “co-madre”). La maternità è ritenuta surrogabile. Noi donne stiamo cedendo, in cambio di nulla, un tratto essenziale della nostra differenza femminile e il mondo ci spinge in questa direzione. La neutralità dei generi, nel miraggio di un’uguaglianza inesistente, dilaga. Intanto, e ciò  nonostante, i luoghi di scelta sono ancora lontani per noi. Come mai? Nel testo ricostruisco i meccanismi politici e normativi, in modo che siano comprensibili anche a chi non si occupa di diritto, che ci hanno portate e ci portano in questa direzione.

  1. Tra gli elementi che consideri critici si trovano lo scioglimento della maternità tra tantissimi nuovi tipi di “maternità” come per esempio la maternità biologica, giuridica, surrogata; la maternità che diventa un “procedimento medico” e non è più il rapporto padre-madre a generare il figlio. Quali sarebbero secondo te le sfide delle donne per mantenersi fedeli a questa loro caratteristica essenziale?

Pinkola Estes nel suo bellissimo libro “Donne che ballano con i lupi” ci ricorda che la trasmissione del femminile è innanzitutto un fatto di donne e che abbiamo perso quella che lei chiama “la nostra madre selvaggia e saggia”: il collegamento con noi stesse e la nostra natura. Dunque sicuramente mantenersi fedeli alle proprie caratteristiche “è una cosa da donne” nel senso che è innanzitutto da recuperare, mantenere e trasmettere tra le donne. Da trasmettere di madre in figlia, di zia in nipote, ma anche tra donne che si incontrano sul posto di lavoro (e in genere si incontrano in diverse occasioni della vita). Anche tra laiche e consacrate!

 Le donne dovrebbero essere alleate: di se stesse e delle altre donne, senza dimenticarselo per  nel momento in cui raggiungono un posto tradizionalmente  “maschile”. Cosa che accade ancora troppo spesso. Questo collegamento con noi stesse, ci permetterebbe un cambio di prospettiva, ci permetterebbe di riportare il femminile al centro della nostra attenzione e, per effetto, si auspica, di quella politica e normativa. Ci permetterebbe di recuperare la intoccabilità della maternità e, di conseguenza, il suo profondo e irrinunciabile valore.

Contestualmente ci vorrebbe il sostegno della società e quindi il sostegno della politica e delle leggi. Dico di più, ci vorrebbe anche il sostegno dell’uomo: lo scambio con il maschile è un parte integrante del recupero del femminile. Abbiamo bisogno dell’alleanza con l’uomo.

  1. Nel tuo libro hai scritto un capitolo sul recupero del limite, ci potresti spiegare cosa significa “recuperare il limite”? E come mai si pu considerare ogni nostro limite come una opportunità d’incontro?

La parola “limite” è per lo più più intesa nella sua accezione negativa e poco in quella positiva, come “confine”. Se leggo il limite nel suo significato di confine, riesco a vedere le cose in modo diverso e leggere una situazione – che potrebbe apparire ad un primo impatto come “limitativa” (nel senso negativo) come, invece, fonte di ricchezza.

L’esempio più facile che posso farti riguarda la capacità riproduttiva della donna: posso leggere questa capacità nel senso negativo di “limite”, come ostacolo alla vita e alla libertà della donna, oppure in quello positivo di “confine” che mi definisce.

Se leggo la capacità di maternità delle donne – compresa dunque la fecondità – non come un tesoro preziosissimo per la società e per la donna stessa ma come una costrizione che ci pone ostacoli nel processo volto a raggiungere “liberamente” l’uguaglianza con l’uomo sul lavoro, potrò  reagire, come ad esempio hanno fatto alcune multinazionali americane, proponendo alla donna di congelare i propri ovociti per il tempo necessario a fare carriera, per poi scongelarli nel momento in cui ritiene sia il momento “giusto” di avere figli ed esprimere la propria maternità. Se il figlio è letto come un ostacolo per raggiungere il successo professionale, come un ostacolo alla mia libertà, rimanderò  il più possibile il momento per averlo. Probabilmente, quando riterrò  arrivato il momento opportuno, perché la mia carriera professionale si è finalmente stabilizzata, non riuscirò  nemmeno più ad avere un figlio, se non ricorrendo alle tecniche di fecondazione assistita.

Se, invece, assumo una prospettiva diversa e leggo la capacità riproduttiva come un confine della mia persona, dunque come parte integrante della mia persona, come qualcosa che fa parte di me, come un tesoro prezioso di cui sono portatrice cambia tutta la mia prospettiva e divento davvero una donna libera. Questa prospettiva mi impedirà in radice di accettare e di proporrere io stessa alle altre donne – una volta raggiunta una posizione decisionale – il congelamento degli ovociti. Anzi, proporrei  certamente politiche di lavoro a sostegno della maternità.

Se recupero il limite poi, recupero anche un occasione di incontro. In prima battuta con me stessa/o per aprirmi all’altro/a. L’incontro, presupposto del dialogo esige che io riconosca e rispetto il mio confine e quello dell’altro.

  1. Alla fine del libro proponi la alleanza tra uomo e donna, come andrebbe applicato questo affinché si recuperi la società europea ed occidentale?

L’alleanza tra l’uomo e la donna deve passare per l’alleanza della donna (e dell’uomo) con se stessa e con tutto il suo bagaglio femminile. Nella prospettiva accolta dalle politiche (e dalle norme) dei paesi delle c.d. democrazie occidentali, sulle uguaglianza di genere, non c’è nessuna di queste tre alleanze: della donna con se stessa, della donna con le altre donne, della donna con gli uomini. L’uguaglianza di genere non prevede differenze di cui tener conto, se non in minima parte. Prevede un completo annullamento delle differenze. Va cambiata prospettiva. Non ho paura di dire che le donne dovrebbero avere un diritto in più: quello di esprimere la loro differente natura femminile, la loro capacità di maternità, dentro e fuori casa. Non si tratta di rivendicare un diritto per : è un processo che richiede in primo luogo un incontro con noi stesse e poi la capacità di dialogo e di incontro  con l’altro.

Il “recupero” della società europea ed occidentale deve passare necessariamente attraverso queste tre alleanze che dovrebbero avere un riflesso nei contenuti delle politiche e delle norme. Come?  E’ facile osservare che, da protagonista quasi assoluto della scena sociale, culturale e normativa, l’uomo sta diventando il grande assente del cambiamento. Per effetto dei mutamenti sociali e normativi degli ultimi decenni, l’uomo, da indiscusso pater familias sta diventando figura priva di voce, figura incerta, tanto sul piano personale, ma già anche sul piano normativo e sociale. Nella affermazione della neutralità di genere, nel passaggio dal valore della differenza sessuale al suo disvalore, anche l’uomo è coinvolto. Forse, addirittura, è “stravolto”. Basti qualche accenno. Si pensi al ruolo marginale che ha l’uomo nelle procedure di fecondazione eterologa in molti paesi delle democrazie occidentali in cui l’uomo è ridotto a mero donatore di sperma oppure alla legge italiana sull’aborto in cui l’uomo non ha voce in capitolo. Ancora, si pensi alla home insemination che rende ormai possibile per una donna, ordinare e farsi recapitare a casa un kit per l’inseminazione artificiale, senza ricorrere a cliniche o pesanti bombardamenti ormonali. C’è una famosissima clinica danese, tra le principali raccoglitrici di donatori di sperma, che propone la home insemination come via per superare tutti gli ostacoli che le leggi nazionali impongono al ricorso alla fecondazione eterologa. Sul sito, si spiega che le donne sole o le coppie di donne possono tranquillamente farvi ricorso e grazie alla libera circolazione delle merci (uno dei pilastri dell’Unione Europea), il kit per l’inseminazione, comprensivo di sperma e altri attrezzi necessari all’inseminazione, potrà essere recapitato con corriere al proprio domicilio all’interno dell’Unione Europea. In quale angolo angusto stiamo relegando l’uomo? E l’uomo nel suo ruolo di padre dove sta andando a finire? Dov’è l’alleanza?

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