Tenere l’altro sotto il proprio sguardo: il primo gesto di cura

Tenere l’altro sotto il proprio sguardo: il primo gesto di cura

di Anita Cadavid

direttrice Istituto di Studi Superiori sulla Donna

 

Introduzione

All’evento “La cura alla Persona: tenere l’altro nel proprio sguardo” abbiamo affrontato un tema molto vissuto da noi donne e con un grande valore aggiunto, tante volte però sottovalutato socialmente e anche economicamente.

Quando ci chiedono di trovare l’Italia in una mappa, subito segnaliamo lo stivale che si trova sul mediterraneo. Ma quella è l’Italia oppure il confine dell’Italia? Certamente viene subito alla mente il confine. D’altronde l’Italia è ciò che si trova all’interno di quel confine. Se non ci fosse un confine sarebbe difficile trovare l’Italia sulla mappa.

Perché penso in questo momento ai confini? Perché analogamente esprimono ciò che noi siamo. Quando facciamo l’esperienza di un nostro limite, qualunque esso sia, ci mettiamo davanti alla nostra identità personale che entra in rapporto con l’altro: che sia il mondo, o che sia un’altra persona. Il nostro limite ci permette di scoprire chi siamo e di constatare che quel contenuto di ciò che siamo, è sempre in rapporto ad un altro.

  1. Sguardo che genera

Un autore ebreo del secolo XX Martin Buber scrisse un libro “L’io e il tu”. In quell’opera sostiene ciò che io vorrei rimanesse nel vostro cuore oggi: Non c’è un io senza un tu né un tu senza un io. L’io si capisce alla luce del tu e viceversa. Egli parte dal fatto che abbiamo due tipi di rapporti: io-oggetto e io-tu. Il rapporto io-oggetto spiega il rapporto con le cose che io posso manipolare, dominare, che potrei anche scartare (non si esclude qui il fatto che a volte ci siano degli atteggiamenti del genere nei confronti di persone…), invece poi ci sono i rapporti io-tu nei quali ci ritroviamo nella nostra identità personale. Si tratta soprattutto dei rapporti tra persone, ma non solo.

L’entrare in contatto con il tu che c’è davanti permette all’altro di ritrovarsi e di trovare la sua identità. Trovo il mio confine e trovo il tuo confine (ciò che posso fare, vivere, condividere con te e ciò che non posso).

Si vede l’importanza del titolo di questo incontro: il permettere che colui che ho davanti si riconosca e trovi sé stesso è il primo gesto di cura dell’altro. È anzitutto accogliere l’altro dentro di me e questo va molto oltre le attività che si svolgono in ambito sanitario o domestico. Allora, la cura è qualcosa di più di un semplice “fare” delimitato spazio temporalmente e circoscritto ad una attività particolare. Anche se poi si materializza in esso. Don Fabio Rosini dice che tutti siamo in grado di “fare” cose bellissime per gli altri, senza però occuparcene. Come mai? Si può dare da mangiare senza consolare a chi è affamato e si può fare l’infermiere senza un senso di umanità? Non sono esempi generalizzabili, ma sono semplicemente immagini di ciò che potrebbe succedere quando invece di assumere l’altro, ci dedichiamo a “fare” cose in modi che svuotano di senso la stessa attività.

Prendiamo un esempio: il rapporto madre-figlio.

Una madre è madre perché ha un figlio e il figlio è tale in virtù della madre. La nostra relazionalità è costitutiva dell’identità. Possiamo dire lo stesso dell’insegnante che realizza questa sua identità nella misura in cui ha degli studenti a carico.

  1. Sguardo che mi genera

Esiste la dinamica all’inverso. L’altro che nelle sue vicende mi guarda, pure lui mi genera, perché mi permette di ritrovarmi, di conoscere chi sono. Nel caso del figlio è evidentissimo (ma non è l’unico esempio): il figlio ricorda alla madre di essere tale.

Lo sguardo dell’altro forse riesce a svegliare sentimenti di compassione, di accettazione che da soli è più difficile di provare e che ci umanizzano. Quante volte proviamo che nell’offrire aiuto sincero a qualcuno per strada (non bisogna che stia necessariamente in una situazione grave) cambiamo il nostro stato di animo e ci rendiamo più consapevoli?. L’altro ci interpella e ci ricorda chi siamo. Certamente abbiamo bisogno dell’altro non solo quando abbiamo bisogno di aiuto, ma abbiamo bisogno dell’altro per essere.

Abbiamo una tendenza molto forte all’isolamento e crediamo di dover e poter fare tutto da soli… io credo fortemente ai progetti condivisi, alla diversità di opinioni mentre ci sia un obiettivo comune.

  1. Due sguardi che generano l’impegno

Oggi (ancora di più grazie alla situazione socio-sanitaria in cui ci troviamo) siamo davanti ad una scelta forte che avrà delle conseguenze su tutti i livelli: l’isolarci, avere paura dell’altro oppure aprirci e costruire comunità (anche se con tutte le difficoltà) per sostenerci a vicenda. Questo non riguarda soltanto la vita privata, ma la società complessivamente. Io penso nelle persone che hanno perso il lavoro, le piccole e medie aziende che hanno dovuto o che dovranno chiudere e lì c’è un forte appello di cura dell’altro, il che implica un forte impegno sociale materializzabile in misure lavorative, sociali, economiche e finanziarie a sostegno di tutti.

La cura concreta degli altri è un servizio professionalizzante senz’altro nel quale s’impara un’attività concreta, ma anche tanto altro: ascolto dell’altro nei suoi sentimenti, vicende, gioie e sofferenze. La società come tale ha un debito enorme nei confronti di coloro che si prendono cura degli altri (pensate a questo periodo per esempio) e quindi ci dovrebbero essere delle misure apposite ai fini di valorizzare anche monetariamente tanto impegno e sacrificio.

Su questo noi donne abbiamo più esperienza nel seminare speranza, nel proporre delle iniziative concrete.

Come possiamo prenderci cura dell’altro e anche dell’intera società? (non possiamo risolvere tutti i problemi, ma nel nostro piccolo cerchio possiamo certamente prenderci cura di qualcuno). Come re-impostare la “cura” in momenti come questi sapendo che va oltre un fare concreto? L’impegnarci a vicenda crea legami, costruisce e afferma la nostra identità.

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