“La Terza missione. Ce n’ è un’altra?”

“La Terza missione. Ce n’ è un’altra?”

A cura del Magnifico Rettore P. Jesús Villagrasa L.C. dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum

Un’istituzione che riflette sulla propria missione si pone davanti la sua ragion d’essere. La missione di una università pontificia è una partecipazione, secondo il modo proprio di essere e di agire di un’università, alla missione della Chiesa attraverso l’educazione integrale della persona e il dialogo con gli uomini del proprio tempo per annunciare loro efficacemente il Vangelo. La mission dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum è: formare apostoli, leader cristiani – chierici e laici – al servizio della Chiesa per testimoniare il mistero di Cristo; creare, in piena comunione con il Magistero della Chiesa, correnti di pensiero che rispondano alle domande teoriche ed esistenziali dell’uomo e impregnino di spirito evangelico la società.

Questa riflessione sulla missione va contestualizzata e declinata.

Il contesto immediato e di ampia portata ci è stato offerto da Papa Francesco nell’introduzione alla recente costituzione apostolica Veritatis gaudium (VG). In essa il sistema degli studi ecclesiastici si mostra “strettamente collegato alla missione evangelizzatrice della Chiesa, scaturente anzi dalla sua stessa identità tutta spesa a promuovere l’autentica e integrale crescita della famiglia umana” (VG 1). La Veritatis gaudium vuole imprimere agli studi ecclesiastici “quel rinnovamento sapiente e coraggioso che è richiesto dalla trasformazione missionaria di una Chiesa ‘in uscita” (VG 3). La missione che la Chiesa, e in particolare le università ecclesiastiche, hanno davanti a sé è molto impegnativa perché di fronte a una crisi antropologica “si tratta, in definitiva, di «cambiare il modello di sviluppo globale» e di «ridefinire il progresso»: «[…] c’è bisogno di costruire leadership che indichino strade». Questo ingente e non rinviabile compito chiede, sul livello culturale della formazione accademica e dell’indagine scientifica, l’impegno generoso e convergente verso un radicale cambio di paradigma, anzi – mi permetto di dire – verso «una coraggiosa rivoluzione culturale». In tale impegno la rete mondiale delle Università e Facoltà ecclesiastiche è chiamata a portare il decisivo contributo del lievito, del sale e della luce del Vangelo di Gesù Cristo e della Tradizione viva della Chiesa sempre aperta a nuovi scenari e a nuove proposte” (VG 3).

La missione di un’università si suole declinarla in tre modalità: formazione, ricerca e diffusione della conoscenza nell’interazione con il territorio. Negli ultimi anni si è riflettuto molto sulla ‘terza missione’. Con questa espressione si vuol indicare che, accanto ai due obiettivi fondamentali della formazione e della ricerca, l’Università si adopera per favorire l’applicazione diretta, la valorizzazione e l’impiego della conoscenza, per contribuire allo sviluppo sociale, economico, culturale e spirituale della società (cfr. Green Paper. Fostering and Measuring ´Third Mission´ in Higher Education Institutions). Questo servizio al territorio e, più in generale, all’intera famiglia umana, nel caso di un ateneo pontificio, si esprime anzitutto come servizio alla Chiesa affinché diventi di più “Chiesa in uscita” (cfr. Papa Francesco, Evangelii gaudium 20-24), rimarcando la dimensione sociale e culturale della sua missione evangelizzatrice.

In questo senso, la chiamata di Papa Benedetto XVI ad allargare gli orizzonti della razionalità, sempre necessaria, si vede accompagnata dal richiamo di Papa Francesco ad allargare i cuori e l’impegno creativo. Un’università che non ascolti le domande esistenziali degli uomini del proprio tempo e i bisogni della società, che non “esce” a servirla, diventa irrilevante. Un’università pontificia che non sente con la Chiesa “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi” (cfr. Gaudium et spes, n. 1), e che non si adopera per costruire una società migliore, anch’essa diventa irrilevante. Se si facesse sorda ad ascoltare quelle domande e quei bisogni, il suo insegnamento e la sua ricerca, diventerebbero meno fecondi, se non addirittura sterili. In realtà, studio e ricerca sono finalizzati alla partecipazione e comunicazione della verità e del bene, insomma al servizio.

Oggi, nel nostro Ateneo, lo studio e la ricerca incrociano già molti aspetti etici e culturali della società: pensiamo alle questioni bioetiche e delle neuroscienze, alle questioni ambientali, alle delicate problematiche affrontate dall’Istituto di Studi Superiori sulla Donna, in particolare alla conciliazione famiglia-lavoro; al dialogo interreligioso, promosso dalla Cattedra Unesco di Bioetica e Diritti Umani, al dialogo sviluppato dal nostro Istituto Scienza e Fede.  Altri servizi di grande importanza sono i corsi per i formatori dei seminari provenienti da paesi che hanno bisogno di sostegno, i corsi per le persone consacrate, grandi servitori dello sviluppo integrale dell’uomo.

Terza missione fanno anche tanti dei nostri professori che dedicano la Settimana Santa alle missioni popolari.  Come ateneo pontificio sentiamo il dovere di offrire questo servizio per onorare la nostra appartenenza alla Chiesa e contribuire alla realizzazione della sua missione, nella nostra missione.

Essere il terzo di tre non sembra un buon auspicio per la valorizzazione di qualcosa. Ciò che viene alla fine può sembrare secondario o superfluo. In questo caso vale la regola contraria: che ciò che viene alla fine è, in realtà, il fine di tutto ciò che lo precede, ciò che dà senso alle altre parti. Valga una analogia con la formazione dei candidati al sacerdozio. Il decreto conciliare Optatam totius sulla formazione sacerdotale “insiste sulla profonda coordinazione che esiste tra i diversi aspetti della formazione umana, spirituale, intellettuale e, nello stesso tempo, sulla loro specifica finalizzazione pastorale. In tal senso il fine pastorale assicura alla formazione umana, spirituale e intellettuale determinati contenuti e precise caratteristiche, così come unifica e specifica l’intera formazione dei futuri sacerdoti” (Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis (PDV) 57). Così come le quattro dimensioni della formazione sacerdotale trovano il suo senso, valore e forza nella finalizzazione pastorale, cioè nella quarta dimensione, così le tre missioni dell’università trovano significatività e orientamento nella missione di servizio all’uomo, ovvero nella terza missione.

Riprendendo l’esempio della formazione sacerdotale: come “la pastoralità della teologia non significa una teologia meno dottrinale o addirittura destituita della sua scientificità; significa, invece, che essa abilita i futuri sacerdoti ad annunciare il messaggio evangelico attraverso i modi culturali del loro tempo e a impostare l’azione pastorale secondo un’autentica visione teologica” (PDV 55), così anche un’università penetrata dalla terza missione sente l’esigenza di accrescere e approfondire la qualità del suo insegnamento e della sua ricerca.

In quell’ “orizzonte vasto e inedito” presentato da papa Francesco, si propongono alcuni “criteri di fondo per un rinnovamento e un rilancio del contributo degli studi ecclesiastici a una Chiesa in uscita missionaria” (VG 4). Uno di questi è l’esigenza di imprimere un nuovo impulso alla ricerca scientifica condotta nelle università ecclesiastiche verso una interdisciplinarietà capace di formulare sintesi orientative (cfr. VG 4). Questa “ricerca condivisa e convergente tra specialisti di diverse discipline viene a costituire un qualificato servizio al Popolo di Dio, e in particolare al Magistero, nonché un sostegno della missione della Chiesa di annunciare la buona novella di Cristo a tutti, dialogando con le diverse scienze a servizio di una sempre più profonda penetrazione e applicazione della verità nella vita personale e sociale” (VG 5).

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