Germán Sánchez Griese – LA FORMAZIONE NEL MAGISTERO DELLA CHIESA NELLA LUMEN GENTIUM

Tracciare il percorso che il Magistero ha indicato per la formazione della vita consacrata ci deve necessariamente portare a conoscere il panorama nel quale si trovava la formazione agli inizi del concilio Vaticano II. Le analisi che sono state fatte sullo stato della formazione agli inizi degli anni sessanta, ci daranno un’idea dei motivi per cui i padri conciliari avevano suggerito cambiamenti inerenti la formazione.

Dobbiamo partire da alcuni presupposti. In primo luogo essere coscienti della difficoltà di presentare il quadro della formazione che si impartiva negli istituti femminili di vita consacrata durante quel periodo. La formazione risponde sempre a un modello, a un tipo di persona che si vuole formare. Come abbiamo appuntato negli articoli precedenti, innanzitutto esiste il modello e subito dopo la formazione che viene ad essere un vero e proprio processo pedagogico. Se non si prende come punto di riferimento il modello che si vuole formare, non si possono comprendere i processi pedagogici, cioè la formazione.

Un’altra difficoltà che dobbiamo considerare prima di iniziare la nostra analisi, è la difficoltà di definire questo modello di religiosa che si voleva formare. Sebbene gli istituti religiosi femminili, come tutte le altre realtà della Chiesa sono sommerse nel  tempo e soffrono le influenze della cultura, non è facile dire che tutte le religiose avevano stabilito un certo tipo di religiosa ideale che volevano formare. Vi sono istituti religiosi femminili che, dopo il Concilio Vaticano II, dovettero affrontare pochi cambiamenti, perché il loro modello di religiosa si avvicinava abbastanza alle proposte dei padri conciliari. Si pensa che all’interno di uno stesso Istituto vi erano province che camminavano al passo con i tempi  e altre invece si trovavano ancorate in un passato forse già superato. È difficile quindi dire il tipo di religiosa che esisteva prima del Concilio Vaticano senza cadere negli errori della generalizzazione e banalizzazione.

È possibile stabilire alcune linee generali che ci permettono di definire la religiosa ideale a cui si tendeva in questi anni e i mezzi formativi che si utilizzavano per raggiungerla. Molti autori ci hanno preceduto in questo studio, a riguardo menzioniamo due di loro che sono tra i più rappresentativi ed equilibrati. Il primo di loro è Padre Pier Giordano Cabra, ben conosciuto per i contributi  realizzati nella teologia della vita consacrata e per la visione sempre positiva e piena di speranza. Nel suo libro Tempo di prova e di speranza in cui raccoglie le sue esperienze, le sue analisi e le sue riflessioni delle lezioni impartite a Roma per più di dieci anni riassume la situazione della formazione in questi anni in questo modo “la formazione è tesa a plasmare personalità conformi allo spirito dell’istituto. L’ideale consiste nel lasciarsi modellare dallo stampo unico, con una grande insistenza sulle virtù cosiddette <> dell’umiltà e dell’obbedienza, come premessa per lo stesso esercizio delle virtù attive. […] Forte identificazione all’istituto e alle sue opere è una certa <>, sono i tratti più comuni a tutte le nuove congregazioni. Come rovescio della situazione si potrebbe segnalare una minore attenzione ai problemi interpersonali all’interno della comunità affidato all’esercizio della carità verso i confratelli e le consorelle e all’accettazione forte e sicura dell’obbedienza all’autorità. Oltre che alla pratica della confessione frequente, che aiuta a ricuperare la tranquillità della coscienza e l’equilibrio psicologico”.

Per quanto riguarda il modello formativo abbiamo la testimonianza di Giuseppe Sacconi: “Il classico modello del <>, o della casa di formazione tradizionale, si colloca pienamente all’interno di questa prospettiva. Esso è infatti basato su regole ben definite e sacralizzate – a cui adeguarsi. L’uniformità, l’orario, un curriculum ed un percorso formativo uguali per tutti, senza alcuna considerazione di percorsi differenziati, centrati sulle eterogenee storie di vita dei singoli soggetti. La formazione qui diventa l’assimilazione e la riproduzione degli atteggiamenti e delle abitudini congruenti con la tradizione e gli obiettivi dell’istituzione ecclesiastica, tanto che spesso, in passato, elemento principale di verifica della riuscita della formazione era considerata la dimostrazione di saper rinunciare alle proprie idee per assumere quelle dell’istituto o dei superiori, la cui volontà veniva caricata di una valenza religiosa”.

Prendendo in considerazione quanto abbiamo detto precedentemente, il quadro della formazione rispondeva da religiosa, che aveva il compito di portare avanti le opere che la congregazione le affidava. Non invano come supporto di questa tesi, osserviamo che attualmente molte crisi d’identità che presentano le religiose sono dovute al fatto che vengono chiuse molte opere dell’istituto o con l’invecchiamento dei suoi membri, molti di loro non sapevano cosa fare o come rispondere alle nuove sfide, perdendo non solo la loro laboriosità ma anche la loro identità come persone consacrate.

Lumen gentium

Di fronte a questo panorama possiamo comprendere meglio quanto afferma la LG “Tutti infine abbiano ben chiaro che la professione dei consigli evangelici, quantunque comporti la rinunzia di beni certamente molto apprezzabili, non si oppone al vero progresso della persona umana, ma al contrario per sua natura le è di grandissimo profitto”. Questo paragrafo si rivela nella sua novità, in quanto apre un campo vastissimo alla formazione, quando menziona che lo stato della vita consacrata non è un impedimento allo sviluppo della persona umana. Rompe quindi con i vecchi schemi di considerare la vita consacrata come estranea al mondo, come la fuga mundi, perché sebbene consideri buoni e leciti i beni del mondo afferma la rinuncia a essi come condizione indispensabile per la vita consacrata. La grande novità consiste nel promuovere lo sviluppo integrale della persona umana. Uno sviluppo che non si contrappone con lo stesso stato della consacrazione.

Ci incontriamo quindi con i fondamenti di un possibile concetto di formazione nella vita consacrata. Indica che lo stato della vita consacrata non solo non è un impedimento a questo sviluppo, anzi lo favorisce. Bisogna far notare che stiamo parlando di un documento del 1964 quando molte delle teorie del self di Erich Fromm, Carl rogers, Abraham Maslow o Rollo May cominciano a irrompere nella scena della psicologia. Dette teorie, che sono state studiate in profondità dallo psicologo Pul Vitz   pretendevano di liberare l’uomo da qualunque legame per facilitare la sua realizzazione. Le forme con cui sono state divulgate dette teorie hanno incluso distinte terapie di gruppo come “i gruppi d’incontri, l’EST (Erhard seminar Training), le “terapie di Maslow”. Molte di queste sono state introdotte indiscriminatamente nei conventi, nelle comunità della vita contemplativa, nella formazione di religiose e nei seminari. Le conseguenze furono funeste perché in molti casi si identificavano i voti come un ostacolo alla realizzazione personale. La cosa più importante per queste teorie è la felicità, il piacere e la realizzazione personale che si raggiunge attraverso l’espressione sincera dei sentimenti e i desideri personali, senza dare importanza a quali categorie di sentimenti o desideri appartengano. La libera espressione e la libera decisione è la chiave della felicità per questi autori. Applicando queste teorie alla vita consacrata e in modo particolare alla formazione, la persona si pone al centro e ritiene che per raggiungere il suo benessere e la sua soddisfazione personale, raggiunge la felicità. Nel secolo XXI osserviamo l’influenza negativa di questa teoria nel mondo religioso che constatiamo in uno dei più recenti documenti del magistero della Chiesa, Il servizio dell’autorità e l’obbedienza: “Senza dimenticare, d'altra parte, che quando la libertà tende a trasformarsi in arbitrio e l'autonomia della persona in indipendenza dal Creatore e dalla relazione con gli altri, allora ci si trova di fronte a forme di idolatria che non accrescono la libertà ma rendono schiavi.”

Conviene ricordare, quindi, che già dal Concilio Vaticano II, secondo il documento che stiamo analizzando Lumen gentium si parla dello stato della vita consacrata come promotore dello sviluppo integrale della persona umana, facendo comprendere che le rinunce che abbiamo appena menzionato, favoriscono l’equilibrio, la stabilità e lo sviluppo della persona. Suddette rinunce   possono essere sintetizzate nei voti o vincoli di povertà, castità e obbedienza.  La capacità di libera decisione, di libera possessione o di libero uso della sessualità non sono eliminate ma canalizzate per vivere i voti, le promesse o i vincoli sacri.

La rinuncia è la considerazione negativa di un aspetto positivo, perché la persona consacrata non rinuncia ma sceglie. La scelta è il fondamento della rinuncia, sempre che la persona consacrata sceglie di vivere la stessa vita che ha scelto Cristo, così come afferma il documento: “ E questo stesso stato di vita imita più da vicino e rappresenta perpetuamente nella Chiesa quella forma di vita che il figlio di Dio scelse quando venne nel mondo per compiere la volontà del Padre e che lasciò proposta ai discepoli che vollero seguirlo”  Come risposta alla chiamata di Dio, la persona consacrata sceglie di vivere la stessa vita che Cristo ha scelto. La povertà, la castità e l’obbedienza si presentano allora non più come una rinuncia, ma come una scelta. Non è quindi la rinuncia a possedere i beni ciò che caratterizza la vita consacrata, ma la scelta ad avere cristo come unico bene, e lasciarsi guidare da questo bene lungo tutta la vita. Non è la rinuncia alla propria libertà, ma la scelta di porre questa libertà nelle mani di Cristo e seguirlo con tutte le forze e le capacità dell’essere, ciò che definisce la vita consacrata. E infine non è la rinuncia al matrimonio ciò che definisce la castità, ma la scelta di donare il cuore, l’affettività e l’uso della propria sessualità a una sola persona.

La rinuncia sotto l’influenza delle teorie del self è un impedimento per raggiungere la piena felicità.   Secondo queste teorie la rinuncia significa minaccia per la propria realizzazione. Questa forma di pensiero si instaurò anche nella vita religiosa dove i voti sembravano essere un’oppressione alla realizzazione personale. Sebbene questa sia una visione riduttiva dei voti, ebbe grande influenza alla fine degli anni sessanta e durante la prima decade degli anni settanta, molte congregazioni, facendo un’interpretazione parziale o erronea delle direttive del Concilio Vaticano II, ne hanno fatto una cattiva interpretazione. Queste congregazioni hanno interpretato le direttive del Concilio Vaticano II alla luce di alcune teorie del self dando occasione di una lettura laica dei voti. La sequela di Cristo non era più la norma ultima della consacrazione religiosa, essendo che molti cominciarono a cercare nel campo sociale o nella realizzazione personale il motivo fondamentale della vita consacrata. La rinuncia, l’ascesi ed il sacrificio erano concetti che secondo loro dovevano essere estirpati non solo dalla vita consacrata ma dal suo stesso vocabolario.

La consacrazione concepita secondo queste teorie non contempla ciò che in realtà è: un a libera scelta di fronte ad una chiamata. “il motivo della rinuncia non è il desiderio di acquistare in modo eminente certi valori; il motivo della rinuncia è il desiderio di assimilarsi a Cristo. […] Conclusione: non dobbiamo andare a cercare una motivazione antropologica dei voti, in modo da renderli ragionevoli e umanamente appetibili, l’esperienza ci insegna che ogni volta che abbiamo tentato di rendere ragionevole il vangelo lo abbiamo svuotato. Dire che il motivo dei voti è la sequela di Cristo, è dire che essi hanno una e unica e definitiva motivazione: l’amore di Cristo”

La consacrazione secondo la concezione teologica, cioè una scelta e non una rinuncia favorisce lo sviluppo della persona perché le permette di sviluppare in tutti gli ambiti possibili le sue facoltà intellettive, volitive e affettive. Sappiamo molto bene che l’amore è il motore che muove tutto l’uomo. Questo movimento che inizia nell’accettazione delle condizioni che impone l’amore si concretizza e si fa realtà in tutti i tratti della vita, dai più sublimi ai più semplici.  L’uomo e la donna rendono concreto l’amore attraverso le loro capacità, per questo si afferma che l’amore muove tutte le capacità e le facoltà dell’essere umano. Tutti gli uomini posseggono tali capacità ed il loro sviluppo forma parte della natura umana. La consacrazione non solo non impedisce che queste capacità si sviluppino ma le facilita, canalizzandole sotto un solo polo di attrazione, cioè la sequela di Cristo. La formazione della persona consacrata consisterà nel tendere con tutte le capacità all’imitazione di Cristo, convertendosi in un punto di arrivo e in un polo che attrae e sviluppi tutte le capacità della persona, in modo tale che la persona consacrata possa esprimere: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”.

Germán Sánchez Griese

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