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Intelligenza artificiale contro intelligenza umana?

di ALBERTO CARRARA
Sophia è forse la piattaforma di intelligenza artificiale più nota al mondo. Il suo avanzato sistema di machine learning “incorporizzato” e supportato da un robot umanoide dalle apparenti fattezze dell’attrice Audrey Hepburn è in grado di interagire cognitivamente e persino emozionalmente con noi. Prove numerose sono state, lungo gli anni, le interviste televisive, ma persino le conferenze presso le Nazioni Unite e il parlamento dell’Arabia Saudita che “le” ha persino conferito la cittadinanza onoraria. In una risoluzione del 2017, il Parlamento europeo ha esortato la Commissione europea a proporre quella che ha definito “personalità elettronica” da attribuire a sofisticati robot autonomi, come Sophia. La Commissione europea, con il suo specifico approccio all’intelligenza artificiale, non ha ceduto a queste richieste mosse dal Parlamento europeo, recependo, invece, molti dei suggerimenti di una lettera aperta, dell’aprile 2018, di oltre centocinquanta esperti in materia. In effetti, in ambito giuridico ed etico si potrebbe attribuire ad un’entità non umana (per dirla alla Glenn I. Cohen, giurista e bioeticista di Harvard) lo statuto personale se questa stessa desse prova delle capacità che comunemente o giuridicamente abbiamo scelto che una persona umana possieda e manifesti. Tra tutte queste abilità ce n’è una che ha “motivato” sin dal 1956 lo scienziato computazionale e matematico americano John McCarthy a definire le matematizzazioni di operazioni manuali e cognitive umane con il termine di “intelligenza artificiale”. Insieme ad Allen Newell e Herbert Simon, McCarthy contribuì negli anni a matematizzare (cioè a produrre quelli che oggi chiamiamo algoritmi) diversi aspetti della complessa e multi-stratificata intelligenza umana: dalla risoluzione di problemi matematici e geometrici alla decodifica e riproduzione di alcuni tratti del linguaggio umano. Gli importanti contributi dello psicologo evolutivo Howard Gardner al tema dell’intelligenza multipla o delle intelligenze multiple, insieme agli sviluppi neuroscientifici che integrano il ruolo interdipendente degli altri sistemi di organi e apparati alla centralità coordinativa del nostro sistema nervoso (la cosiddetta “embodied neurology”), hanno fatto sì che gli sviluppi dell’intelligenza artificiale, più che focalizzarsi sulla possibilità di produrre entità robotiche dotate di intelligenza alla stregua umana, stanno contribuendo a caratterizzare con maggior profondità lo statuto dell’intelligenza umana, le sue peculiarità e, di conseguenza, lo iato che esiste tra ciò che ci caratterizza come specie biologica Homo sapiens e ciò che produciamo come artefatti: robot dotati di programmi che simulano certe attività umane. Il problema dell’imitazione o della riproduzione del pensiero umano ha caratterizzato la storia dell’umanità: da sempre abbiamo cercato di supplire alle nostre carenze corporee attraverso la costruzione di artefatti. La tecnica è divenuta, con l’avvento del metodo sperimentale del XVII secolo, tecnologia. Dall’antichità classica al Medioevo, dalla modernità alla post-modernità, sono state diverse le modalità di soluzione al problema dell’imitazione. Certamente la logica aristotelica non prevedeva l’idea di riprodurre certe attività cognitive umane, ma sì considerava la cognizione quale insieme di procedimenti di carattere formale. Tale spunto di comprensione fu la chiave di volta nel Medioevo affinché i logici Ramon Llull (italianizzato in Raimondo Lullo, 1232-1316), Pierre de la Ramée (italianizzato Pietro Ramo, 1515-1572) e altri, potessero considerare il pensiero umano, l’intelligenza cognitiva umana, quale serie di procedimenti logici di deduzione ed induzione formalizzabili e perciò riproducibili persino da ciò che umano non era. Da questi sviluppi medioevali sulla qualità logica dell’intelligenza umana derivò l’idea di poter meccanizzare la mente umana stessa, certamente sotto questo specifico aspetto, quello di ordine logico formale. Gli sviluppi moderni di stampo leibniziano e pascaliano della logica, l’evoluzione dell’assiomatica e l’avvento delle prime macchine computazionali, come il primo computer Eniac prodotto da Arthur Walter Burks (1915-2008), si devono a tali sviluppi della logica medioevale di stampo aristotelico. Il concetto di costrutti tecnologici a programmazione digitale è merito del matematico inglese Charles Babbege (1791-1871) che intuì che certe macchine sarebbero state in grado non solo di riprodurre operazioni matematiche, bensì logiche, in particolare operazioni di carattere deduttivo simili a quelle umane. Questo filone formale sviluppò quello che oggi è l’intelligenza artificiale: un progetto che ha lo scopo non di comprendere, mediante l’uso delle macchine, il funzionamento del cervello umano (meglio, del sistema nervoso incorporizzato nella totalità della biologia umana), ma di utilizzare le macchine per compiere le stesse operazioni, non certamente tutte, che la mente umana è in grado di compiere. Ma durante lo stesso Medioevo, oltre a questa linea di simulazione degli aspetti formali di una parte dell’intelligenza umana, quella di stampo logico-matematico, autori del calibro di Severino Boezio, ad esempio, contribuirono a mettere in luce una tipologia di logica complementare che considerava rilevanti, oltre agli aspetti formali, i contesti delle proposizioni coinvolte nei processi logici. L’idea che l’intelligenza umana sia il risultato di calcoli elementari in grado di generare processi anche molto complessi si è andata diluendo e smorzando poco a poco nel tempo per cui l’obiettivo odierno dell’IA risulta più limitato, umile e perciò reale: la costruzione di macchine in grado di realizzare calcoli utili a svolgere compiti specifici quali, ad esempio, il riconoscimento visivo di oggetti; il riconoscimento uditivo dei suoni; il riconoscimento di testi; la gestione e controllo di processi molto complessi, come quelli degli aerei, delle navi spaziali, o delle sonde spaziali; lo svolgimento di attività come quelle di robot, droni o apparati simili. Attraverso il XX secolo, il computazionalismo, che considerava i calcoli eseguiti dalle macchine come modello della mente umana, ha condotto ad una filosofia della mente di stampo riduzionista che nella sua forma più radicale è poi stata abbandonata grazie proprio ai risultati ottenuti dalle neuroscienze ideate da Francis Otto Schmitt sin dal 1962, secondo cui la mente umana è molto più complessa dei meri processi computazionali basati su poche regole applicate agli elementi di base. La stessa neuro-etica, originatasi nel 1973, muovendo dai risultati neurologici, argomentava contro una visione computazionale della mente umana e si allineava a sottolineare il carattere di prima persona, soggettivo, intrasferibile e incomunicabile di ogni esperienza cognitiva umana. Tale carattere proprio di ogni conoscenza umana è l’intenzionalità. Anticipando di ben una quindicina di anni la celebre tesi sull’intenzionalità del filosofo americano John Rogers Searle (1932-), il filosofo italiano della scienza Evandro Agazzi (1934-), sostanzialmente attraverso i due saggi Alcune osservazioni sul problema dell’intelligenza artificiale (1967) e Operazionalità e intenzionalità: l’anello mancante dell’intelligenza artificiale (1981), compì un’approfondita analisi e critica dei diversi approcci a questo tema, in particolare nei confronti del computazionalismo e del funzionalismo, delineando una propria articolata concezione di stampo realista. Non si può affermare, come spesso accade, che i computer o i moderni robot umanoidi come Sophia abbiano pensieri o sentimenti analoghi a quelli degli esseri umani perché non sono dotati di intenzionalità. Certamente l’evoluzione del digitale e dell’intelligenza artificiale è patente e rappresenta un bene se posta al servizio dello sviluppo integrale di tutto l’uomo e di tutti gli esseri umani; certamente oggi si costruiscono macchine complesse in grado di realizzare prestazioni molto simili a quelle del ragionamento umano o dei comportamenti finalizzati in molti settori della produzione, ideazione, realizzazione di beni e servizi; certamente, però, questa somiglianza è confinata alla capacità di compiere determinate operazioni, mentre la differenza che rimane, e rimarrà, è la capacità di dare significati a tali operazioni e ai loro risultati, e di proporsi intenzionalmente degli obiettivi. Ecco cosa rende la nostra intelligenza radicalmente un’altra cosa rispetto a quella artificiale.

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