Intelligenza artificiale e competitività globale: cosa ci ha insegnato il Value@Work Open Talks del 29 aprile
Il quarto appuntamento del ciclo Value@Work Open Talks, svoltosi il 29 aprile e prmosso dall’Istituto di Studi Superiori sulla Donna (ISSD) dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (APRA), ha acceso i riflettori su uno dei nodi cruciali del nostro tempo: il rapporto tra intelligenza artificiale e competitività globale.
L’incontro, moderato da Adele Ercolano, coordinatrice dell’Area Culturale dell’ISSD, ha rappresentato un momento di sintesi e di approfondimento di un percorso di confronto avviato nei mesi precedenti, offrendo una lettura articolata su come l’IA stia ridisegnando gli equilibri economici e produttivi a livello mondiale e su quale ruolo possano giocare l’Europa e l’Italia in questo scenario complesso.
Ad aprire i lavori è stato il saluto istituzionale di Anita Cadavid, direttrice dell’Istituto di Studi Superiori sulla Donna, che ha richiamato l’attenzione sulla necessità di affrontare l’innovazione tecnologica non come una variabile esclusivamente tecnica, ma come una trasformazione che interpella il lavoro, i modelli organizzativi e la responsabilità sociale delle istituzioni e delle imprese. Il richiamo è stato quello a un approccio capace di coniugare competitività, inclusione e sostenibilità, in coerenza con la missione del percorso Value@Work.
La geopolitica dell’intelligenza artificiale
Ad aprire il dibattito è stato Lorenzo Palombi, CEO e founder di NoK Group srl, che ha proposto una lettura geopolitica dello sviluppo dell’IA, mettendo a confronto i modelli di Stati Uniti, Cina ed Europa, in particolare nel campo dei Large Language Models.
Negli Stati Uniti, ha spiegato Palombi, l’innovazione ha seguito inizialmente un approccio fortemente aperto, sostenuto da investimenti miliardari e da un’adozione rapidissima. Solo in un secondo momento è emersa l’esigenza di regolamentare, spesso rincorrendo problemi già esplosi.
La Cina, al contrario, ha adottato una strategia più pragmatica e centralizzata, sfruttando il controllo statale sui dati e una platea di utenti enorme per sviluppare strumenti altamente performanti.
L’Europa, infine, ha scelto una strada diversa: quella della regolazione preventiva, incarnata dall’AI Act. Un approccio che tutela valori etici e diritti, ma che rischia di accentuare la dipendenza tecnologica da soluzioni sviluppate altrove.
Il tema della sovranità tecnologica è emerso con forza. Palombi ha sottolineato come l’Europa – e l’Italia in particolare – non possa limitarsi a essere un mercato di consumo o un laboratorio normativo. Servono competenze, cultura tecnologica e una visione strategica che includa lo sviluppo di dataset proprietari, la diffusione del prompt engineering e investimenti nel settore dei chip, oggi largamente dominato da attori extraeuropei.
La sfida non è solo tecnica, ma soprattutto intellettuale e formativa: costruire una classe di professionisti capaci di comprendere, governare e orientare l’IA in funzione del valore economico e sociale.
IA e impatto economico: non basta adottare. Evidenze, asimmetrie e sfide di governance
Un contributo centrale al dibattito è stato offerto da Margherita Pedrana docente dell’Università Europea di Roma, che ha posto l’attenzione su un elemento spesso trascurato nel discorso pubblico e manageriale: la diffusione dell’intelligenza artificiale non coincide automaticamente con un incremento misurabile della competitività economica. Nonostante la crescita significativa dell’adozione tecnologica e degli investimenti in soluzioni di IA, le evidenze empiriche mostrano come solo una minoranza di imprese riesca a tradurre tale adozione in un vantaggio competitivo sostenibile.
Pedrana ha proposto una tipologia analitica delle economie e delle organizzazioni avanzate, articolata in tre categorie. Gli adopters impiegano l’IA in modo marginale o sperimentale, senza modificare i modelli organizzativi e decisionali esistenti, ottenendo benefici limitati. Gli integrators incorporano l’IA nei processi produttivi e gestionali, generando miglioramenti di efficienza e impatti operativi più consistenti, ma ancora incrementali. I transformers, infine, rappresentano il gruppo più ristretto e strategicamente rilevante: essi ripensano in modo strutturale assetti organizzativi, modelli di business e processi decisionali, utilizzando l’IA come leva di trasformazione sistemica.
È quest’ultima categoria a produrre il maggiore valore economico e competitivo, confermando che la competitività nell’era dell’intelligenza artificiale non deriva dalla tecnologia in sé, ma dalla sua integrazione nei contesti di lavoro, nelle strutture organizzative e nei meccanismi decisionali. Tale prospettiva rafforza l’interpretazione dell’IA come general purpose technology, il cui impatto dipende in modo cruciale da innovazioni complementari di natura organizzativa, istituzionale e cognitiva.
Donne, IA e leadership: un potenziale inespresso
Uno dei momenti più rilevanti dell’incontro è stato dedicato al tema della leadership femminile nell’intelligenza artificiale, affrontato da Stefania Celsi, talent manager leader e componente del Board Value@Work.
Le evidenze empiriche mostrano con chiarezza come le donne rappresentino attualmente solo circa il 30% dei professionisti operanti nei settori dell’IA, con una presenza ancora più ridotta – e in alcuni contesti in diminuzione – nelle posizioni di leadership e nei ruoli decisionali.
Tale squilibrio si configura come una criticità non solo in termini di equità, ma anche di efficienza del sistema innovativo. Come sottolineato da Celsi, competenze trasversali, capacità di lettura sistemica e approcci inclusivi – frequentemente associate ai profili di leadership femminile – possono costituire un fattore chiave per uno sviluppo dell’IA più sostenibile, responsabile e orientato al valore. La piena valorizzazione di questo potenziale richiede interventi mirati: il contrasto ai bias nei processi di reclutamento e valutazione, l’assegnazione equa delle opportunità di crescita, investimenti strutturali nei percorsi educativi e la definizione di una strategia nazionale sull’IA che ponga l’inclusione al centro.
In una prospettiva più ampia, il tema della inclusione di genere nel capitale umano emerge come dimensione trasversale e strategica della competitività nell’era dell’intelligenza artificiale. Nonostante le donne rappresentino una quota significativa del bacino di talenti e del mercato, esse risultano sistematicamente sottorappresentate nei ruoli tecnici avanzati e nelle posizioni di leadership dell’IA. Tuttavia, la letteratura e le evidenze discusse indicano come una maggiore partecipazione femminile possa contribuire a modelli di innovazione più equilibrati, riducendo bias e rischi sistemici e favorendo forme di governance dell’IA più trasparenti e responsabili. Ne deriva la necessità di politiche e azioni multilivello – che coinvolgano sistemi educativi, organizzazioni, pratiche di gestione delle risorse umane e politiche pubbliche – finalizzate a liberare il potenziale innovativo femminile e a rafforzare la competitività e la sostenibilità dei sistemi economici nazionali.
Trasparenza e governance: la fiducia come infrastruttura
A chiudere il quadro è stata Emanuela Sironi, responsabile amministrativa e delegata al gender di Transparency International, che ha richiamato l’attenzione sulla trasparenza come pilastro della governance dell’intelligenza artificiale. Non un semplice adempimento normativo, ma una condizione essenziale per costruire fiducia e sostenibilità nel lungo periodo.
Secondo Sironi, una governance efficace dell’IA deve integrare dimensioni etiche, sociali e normative, contribuendo anche a ridurre le discriminazioni sistemiche, in particolare quelle legate al genere. Senza trasparenza, l’innovazione rischia di perdere legittimità sociale.
L’Italia di fronte alla sfida globale
Nel dibattito finale è emersa una domanda chiave: come può l’Italia restare competitiva senza rinunciare ai propri valori? Da un lato, esempi internazionali – come i massicci investimenti dei Paesi arabi nella formazione di decine di migliaia di ingegneri IA – mostrano una corsa globale senza precedenti. Dall’altro, l’Europa rivendica un modello fondato su regolazione, diritti e qualità.
In questo equilibrio delicato, la leadership femminile nell’intelligenza artificiale si configura non solo come una questione di equità, ma come un vero e proprio fattore strategico di competitività: ampliare la presenza delle donne nei ruoli decisionali significa arricchire i processi di governance e promuovere modelli di innovazione più responsabili e orientati al lungo periodo.
Il messaggio che emerge dal Value@Work Open Talks è chiaro: la competitività non è incompatibile con la regolazione, ma richiede visione, capitale umano e capacità di trasformazione. L’intelligenza artificiale non è solo una tecnologia da adottare, ma un terreno su cui ridefinire il rapporto tra lavoro, valore e società.
Nel concludere l’incontro, Adele Ercolano ha ringraziato tutte e tutti gli speaker e i partecipanti per aver seguito con interesse il ciclo 2026 dei Value@Work Open Talks, sottolineando il valore del confronto emerso e l’elevata qualità dei contributi condivisi. Ha quindi dato appuntamento al prossimo incontro, in programma il 14 maggio presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, dedicato al tema del lavoro femminile e intitolato “Career Blossom: Fare Rete per il Lavoro”.
L’evento intende rappresentare un segnale di continuità dell’impegno dell’ISSD nella costruzione di un dibattito orientato al futuro, al pieno coinvolgimento delle donne e allo sviluppo di percorsi professionali inclusivi, senza mai perdere di vista la centralità delle Persone, confermando la volontà di proseguire un percorso di riflessione e dialogo aperto sui temi chiave del lavoro e dell’innovazione.