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La “città dei preti”

Uno sguardo al femminile su una congregazione dalla tormentata storia

di: Prof.ssa Chiara D'Urbano

Condivido un’esperienza, un incontro, e non una teoria. L’incontro con una realtà umana e di fede alla quale mi sono accostata casualmente, per lavoro, ma che, nel tempo, ha suscitato in me varie considerazioni. Spesso ci facciamo opinioni per sentito dire o per luoghi comuni, che poi diventano automaticamente certezze, finché accade che la vita ci metta in contatto con persone reali e con le loro storie e tutto prende una luce diversa, magari disincantata, ma almeno più vera. Leggevo tempo fa a proposito dei migranti che questi andrebbero visti e ascoltati, toccati e odorati, (non solo immaginati), ed è vero, per loro e per tutte le vicende umane: ci vogliono incontri concreti e non solo idee.

Quando si parla dei Legionari di Cristo uno dei primi aspetti che viene in mente è la tormentata storia che hanno vissuto. Purtroppo non è stato un ricamo mediatico: la Congregazione ha dovuto riconoscere con coraggio ed enorme sconcerto la dolorosissima verità di un fondatore che aveva tradito non solo i valori messi a fondamento dell’opera carismatica, ma anche la fiducia di coloro che gli avevano dato credito incondizionato. C’è voluto del tempo perché i dubbi sullo scollamento tra l’impegno evangelico che Marcial Maciel Degollado proponeva ad altri e la sua vita invece “priva di scrupoli fossero seriamente presi in considerazione dai suoi confratelli. L’autorevolezza del padre era così indiscussa che negare le gravi evidenze è parso ad alcuni, fortunatamente pochi, un modo per rendere più sopportabile la verità e per proteggere l’intera famiglia religiosa, invece di affrontarle subito rompendo il silenzio.

Nel 2006 la Congregazione per la Dottrina della Fede pronuncia una parola chiara invitando padre Maciel ad una vita riservata di preghiera e di penitenza e a rinunciare ad ogni ministero pubblico, e nel 2010 pubblica un Comunicato nel quale conferma la sua condotta immorale insieme alla bontà di quel nucleo di carisma, autentico dono di Dio, e ricchezza per la Chiesa, caratteristico dei Legionari di Cristo.

Dio ha strategie e percorsi davvero paradossali e talvolta sembra chiedere alla fede delle “prove d’amore” umanamente impossibili in situazioni in cui il senso di abbandono e di sconfitta avrebbero ragione di prendere il sopravvento. E questa vicenda mi sembra sia uno dei mille volti e delle mille forme in cui la fede può essere fortemente interpellata (vedi Michel Vandeleene – La dottrina spirituale – Città Nuova, p. 11).

Ho partecipato ad alcune celebrazioni liturgiche dei Legionari, ma mi sarebbe bastato anche semplicemente entrare nel loro Ateneo per rimanere impressionata dal numero di giovani seminaristi messicani, spagnoli, cileni, italiani, americani, canadesi, argentini, brasiliani, polacchi, coreani… che ancora oggi chiedono di far parte di questa famiglia religiosa. La sua missione è di estendere il Regno di Cristo «attraverso l’educazione, le missioni di evangelizzazione, la promozione sociale e le opere di carità cristiana, la formazione permanente e il sostegno dei sacerdoti diocesani, i mezzi di comunicazione e la cura pastorale delle famiglie, dei giovani e dei bambini». Centinaia di ragazzi disposti ad attraversare lunghi anni di formazione spirituale, accademica, apostolica – più di dieci, senza sconti, un numero di anni che va decisamente contro le leggi di un eventuale marketing di propaganda vocazionale – spesso lontani dai luoghi di origine, imparano a fare del mondo, valigie alla mano, il loro campo di servizio.

Da credente la domanda su come possano convivere due dimensioni così contrastanti, di un fondatore problematico e di una famiglia tanto numerosa, me la sono posta; risposte semplici le mie, suggerite dalla fede e dall’esperienza umana. Che Dio scelga in partenza operai corrotti, non lo credo, sarebbe alquanto curiosa come metodologia, penso piuttosto che ciascuno usi la libertà che ha a disposizione in un modo che può allontanarsi dal bene ricevuto in consegna. Il messaggio originario, l’ispirazione dello Spirito, rimane valido, ma chi l’ha ricevuto può deviare dal suo compito e anziché rimanerne testimone cambiare rotta. Senza la perseveranza umana Dio non può procedere. Accade che ci si perda; non dovrebbe scandalizzare, il corpo della Chiesa è un corpo anche ferito.

Ciò significa che la sorte di tutti i successivi testimoni di quel messaggio è già segnata per sempre? Le nostre origini scrivono la nostra vita futura?

Non credo neppure questo. Ogni volta che ascolto storie familiari, serene o pesanti che siano, rifletto che il compito di emanciparsi dai propri genitori vale per ciascuna persona, altrimenti identità e autonomia non riescono a maturare in modo sano. Anche da genitori “perfetti” i figli devono prendere distanza. Se padre e madre sono problematici il processo evolutivo è più complesso, ma nella sostanza rimane identico, valgono le stesse regole; voglio dire che la storia, anche la più difficile, dovrà e potrà essere elaborata, e non è mai un impedimento assoluto per un’esistenza serena sia sul piano personale, che su quello relazionale e lavorativo.

Del resto, tutti i Movimenti o gli Istituti presenti nella Chiesa devono affrontare prima o poi questa sfida rispetto ai loro Fondatori, una volta che vengano a mancare; non importa quanto “santi” siano, lo sforzo di trovare una propria strada, non semplicemente emulativa, non viene risparmiato neppure alle migliori famiglie! E poi, malgrado tutto, la realtà parla da sé, e se un carisma esista e sia buono lo dice la vita che scorre…

Quando si arriva al Centro Studi di Roma che accoglie qualcosa come 300 ragazzi in formazione – tra seminaristi-studenti di filosofia e teologia più molteplici Formatori (“Assistenti”), Superiori, Rettori e Padri che insegnano nell’istituzione accademica, da cui nasce il simpatico titolo di “città dei preti” –, colpisce la bellezza semplice, ma curata, dell’ambiente esterno. Ho visto diverse volte i giovani darsi da fare, nei dopo lezione o comunque nel tempo libero, per mantenere le zone verdi in ordine e accoglienti e da donna posso dire che questo garbo estetico in una realtà maschile mi colpisce! L’attenzione al decoro esterno, non quello “di facciata” più tipico del nostro millennio, credo sia una nota caratteristica dei Legionari ed è singolare rispetto all’allergia alle forme che segna la nostra porzione di storia.

È vero, oggi – e meno male – si insiste più sull’autenticità interiore che sull’essere esternamente a posto, reduci come siamo da anni di strutture spesso eccessive che non garantivano un’adesione di cuore oltre a quella formale. Però le cose belle, quando non sono staccate dal vero e dal buono, possono aiutare e non solo gli occhi! La bellezza esprime vocazione all’armonia, e in un certo senso la suscita anche, è come una forza che può plasmare il “dentro”. Della trascuratezza non gode nessuno.

Credo che possa essere un segno forte, per giovani ed adulti, l’arte ordinaria di una tavola ben apparecchiata, di una liturgia attenta, di corpi che cercano di esprimere la sacralità di un’appartenenza, perché tutto questo richiede tempo, preparazione, impegno, star lì senza fretta. Per chi è convinto che l’improvvisazione e la spontaneità siano gli unici percorsi assicurati verso l’autentico, il carisma dei legionari può rappresentare una profezia.

C’è ancora un altro aspetto che voglio condividere. Quello comunitario.

Saranno i miei stereotipi femminili – ma alcuni la scienza sembra corroborarli! – e qualche anno di esperienza, ma le comunità maschili direi che hanno un’impronta più marcatamente individualista, rispetto a quelle femminili. Un religioso mi raccontava con simpatia che in alcune loro case un frate potrebbe assentarsi per giorni interi e nessuno chiederebbe di lui… né ci si accorgerebbe della sua mancanza a tavola o alla preghiera comune, a meno che non avesse un compito che rende necessario il suo esserci (un addetto alla cucina o un economo difficilmente potrebbero eclissarsi).

Tra i legionari non so se il rischio sia lo stesso, però ne dubito. La loro organizzazione, pur tra numeri elevati e spazi vasti, mi pare abbia un sapore molto familiare. È vero, c’è attenzione perché i rapporti interni mantengano un tenore superiore a quello di una semplice compagnia goliardica, e i formatori hanno uno sguardo vigile sui giovani perché abbiano chiara la motivazione del loro stare insieme, ma uno stile di famiglia mi pare sia altrettanto chiaro come obiettivo. Sono strabilianti le molteplicità di equipe con cui le singole comunità, presenti nella stessa struttura, si dividono i diversi compiti interni. Non lo vedo solo un escamotage pratico, ma un’occasione per conoscersi meglio l’uno con l’altro, per imparare a stare insieme e collaborare, per avere uno spazio di scambio e confronto dove nessuno possa “perdersi” in quanto c’è un team di riferimento al quale si appartiene. Feste, raduni, occasioni ufficiali sono preparati e realizzati da tante mini squadre che si attivano prima o durante l’evento perché tutto riesca al meglio; e così culture e competenze diverse, che si piacciano tra loro o meno, si ritrovano insieme a dover inventare un linguaggio comune perché il compito loro affidato sia portato a termine.

La vastità del Centro Studi e gli oneri accademici degli studenti non rendono facile il contatto personale, però c’è da imparare da un sistema formativo, che certamente si sta confrontando con il recente passato e quindi con l’esigenza di ripensare diversi punti delle proprie consuetudini, ma che ha cura assidua e giornaliera per i membri di comunità. È chiaro, questa è rivolta soprattutto ai giovani che camminano verso l’ordinazione sacerdotale, i quali hanno persone accanto a loro che condividono veramente il quotidiano, della feria e della festa. Tuttavia l’attenzione di tutti è anche verso il vivere insieme perché la comunità non si trasformi nel tempo in un paradossale deserto di emozioni e sentimenti.

Una realtà – quella legionaria – dunque orfana, che vive però, proprio a motivo della sua storia, la grande sfida di dover sostanziare le proprie motivazioni collettive ed individuali. Sarebbe questa, auspico, una tappa necessaria per tutti i gruppi ecclesiali.

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