Pensavalli Michela – Dalla dipendenza affettiva alla compiacenza sessuale

Dalla  dipendenza affettiva alla compiacenza sessuale

Michela Pensavalli

 

“L’invenzione delle armi, a partire  dalla freccia,

ha dato agli uomini la possibilità di colpire il nemico, senza vederlo,

ed ha reso così difficile la possibilità d’ immedesimazione.”  (Konrad Lorenz)

 

Le ultime ricerche in materia di crimini sessuali, rilevano un significativo incremento di donne implicate in reati a sfondo sessuale, che operano insieme ad un co-offender maschile. Non si tratta solo di casi in cui la cooperazione femminile è il risultato di una qualche forma di coercizione, ma anche di vere e proprie collaborazioni.

Scorrere le cronache di questi eventi, che popolano tristemente le pagine dei giornali, condite di troppi dettagli morbosi, spesso fa sorgere in chi legge molti interrogativi: in particolare, risultano incomprensibili e difficili da decifrare le ragioni delle co-autrici femminili. Le caratteristiche salienti di questi delitti, infatti, sembrano associabili più facilmente a caratteristiche psicologiche prevalentemente maschili, anche se sviluppate come devianza.

In sostanza, ci si sorprende che proprio una donna possa aver commesso o essersi prestata a partecipare a simili azioni. Anche volendo sospendere temporaneamente il giudizio morale, permarrebbe una certa sensazione di disordine e incredulità. Probabilmente, di fronte ad altri reati, anche altrettanto terribili, come una vendetta passionale o un atto irreparabile di una madre verso un figlio malato, ci si stupirebbe meno, perché si tratta di crimini in cui si esasperano e acquisiscono un valore negativo alcune abilità più propriamente femminili, come la grande capienza emozionale, la tendenza a lasciarsi permeare dal vissuto emotivo e la capacità di totale presa in carico altrui (che può trasformarsi in delirio di onnipotenza, come in alcuni episodi materni assai drammatici).

Dunque, che tipo di donne sono queste sexual offender che sempre più spesso si lasciano coinvolgere in violenze sessuali, così estranee alla natura femminile? E che conseguenze ha, sull’incremento della tipologia di crimine, l’agire in collaborazione con un uomo? Fino a poco tempo fa non si sapeva pressoché nulla sulle differenze tra crimini sessuali maschili e femminili. A tutt’oggi si tratta di spazi di ricerca aperti, in cui molto rimane ancora da esplorare. Grazie ad un interessante studio effettuato nel 2006, che prendeva in esame oltre 200 reati femminili a sfondo sessuale, si è riusciti ad identificare significative differenze tra le donne che commettono violenze da sole rispetto a quelle che si muovono con la complicità di un uomo (Vandiver, 2006)[1].

In particolare, dalla ricerca è emerso che le donne co-offender, rispetto a quelle che agivano da sole, erano più inclini, a:

• avere giovani vittime, anche più di una contemporaneamente, mentre le donne che commettevano i reati autonomamente s’indirizzavano, per lo più, verso un unico soggetto adulto;

• abusare di vittime di sesso femminile, o di entrambi maschi e femmine, a differenza delle donne che agivano da sole e che si concentravano sui soli maschi;

• focalizzare le proprie attenzione sui membri della famiglia, compresi i propri figli, laddove le donne abusanti che si muovevano in modo autonomo tendevano a riversare il proprio interesse sessuale su conoscenti o figure esterne alla propria cerchia familiare;

• ad essere state accusate di crimini non-sessuali quando invece si erano verificati

L’ipotesi che intendiamo avanzare in questo capitolo circa le co-offender femminili, è che le autrici di questi reati siano in realtà, sotto il profilo psicologico, delle dipendenti affettive. Individuare gli elementi di profonda vulnerabilità ricollegabili alla dipendenza affettiva permetterebbe di far luce su alcune delle dinamiche che porterebbero queste donne a compiere azioni che non gli appartengono. L’attenzione, d’ora in poi, non sarà pertanto centrata sulle sexual offender in quanto tali, ma sulla generazione e l’approfondimento del quadro psicologico che potrebbe soggiacere e condurre a tali comportamenti, nell’evidente consapevolezza, che non tutte le dipendenti affettive rischiano di commettere crimini sessuali.  La maggioranza tende, al contrario, a costituire un rischio soprattutto o esclusivamente per se stesse.

Verranno quindi delineati, i criteri e le caratteristiche della dipendenza affettiva, declinata nella specifica coniugazione della sensibilità femminile e della sua particolare connessione con la dimensione del corpo, seguirà la presentazione di un caso clinico di dipendente affettiva ed infine si presenterà un iter terapeutico messo a punto per il trattamento di tale dipendenza.

Con questo percorso s’intende fornire un contributo ed uno strumento di riflessione, per arricchire la ricerca sui crimini sessuali femminili, attraverso elementi già messi a fuoco per il trattamento delle dipendenze affettive femminili (una branca di specializzazione che ha visto, di recente, un nuovo slancio).

Dai referti dei procedimenti penali, risulta che le protagoniste delle violenze sessuali co-agite sono spesso donne alla ricerca di conferme narcisistiche, che fantasticano di un amore fuori dalle regole, reagiscono ad una delusione ricevuta da un uomo adulto, oppure compensano una grave insicurezza che impedisce loro di affrontare i coetanei (Valcarenghi, M. 2007)[2].

Per queste donne, la relazione con un partner viene spesso utilizzata come mezzo per compensare un nucleo di estrema fragilità. Una delle difficoltà maggiori per tale stile di personalità, è proprio quella di auto-percepirsi fisicamente e psicologicamente,  di attribuirsi un valore positivo, quasi in termini di esistenza reale. L’immagine che l’altro rimanda, come uno specchio, coincide, in questo caso, con la maniera in cui ci si sente. La dipendenza nasce quindi dal terrore di guardarsi su una lastra lucida che rifletta il nulla. Per questo è fondamentale avere il controllo e la certezza di avere sempre puntati addosso gli occhi del partner, non solo perché permettono di sentirsi straordinari e desiderati, ma anche perché forniscono una conferma del fatto che nello specchio vi sia qualcuno. Una dipendente infatti, riesce a vedersi ed attribuirsi valore, solo attraverso il feedback del giudizio dell’uomo a cui è legata. Per questo è fondamentale piacergli e generargli piacere senza soluzione di continuità. Utilizzando una coordinata esterna (il punto di vista del proprio compagno) come metro di valutazione e osservazione del sé e del reale, le dipendenti affettive, possono, in alcuni casi, perdere le abilità empatiche. Infatti, la caratteristica dell’empatia più evoluta risiede nella capacità di saper condividere in modo vicario le emozioni di un altro, attraverso la rappresentazione del vissuto e l’assunzione di prospettiva dell’altro, avendo chiaro che si tratta di emozioni separate dalle proprie. L’empatia dunque, comporta un superamento progressivo dell’egocentrismo ed un crescente controllo del proprio punto di vista, attraverso un procedimento che attiva una risposta partecipatoria. Il problema sussiste poiché le dipendenti affettive perdono, in alcuni casi, le coordinate del primo punto di orientamento necessario a stabilire una relazione empatica: il contatto con se stessi e la propria esperienza. Anche le vittime delle sexual co-offender quindi, potrebbero essere percepite dalle stesse non in relazione a sé, ma dalla prospettiva del complice maschile con cui effettuano il crimine sessuale e che intendono compiacere, per riceverne approvazione. Questa degenerazione andrebbe ricollegata ad uno dei tratti tipici della dipendenza affettiva femminile: un uso del sesso negativo ed una concezione del corpo strumentalizzante. Si procede dunque, al di là di quadri più patologici quali quella della pedofilia femminile, ad osservare come le dipendenti affettive vivano e  gestiscano la propria sessualità: dalla negazione di se stesse alla compiacenza sessuale.

 

  1. DIPENDENZA AFFETTIVA: CHI NON DIPENDE, PENDE

“Un’indipendenza autentica poggia sulla capacità di dipendere. Dunque più che di una polarità       dipendenza – indipendenza, sarebbe meglio parlare di continuum tra  indipendenza e dipendenza sana o patologica e insicura, in cui l’altro diviene il regolatore unico di sé o fuggito come minaccia alla propria integrità” (Vittorio Lingiardi)

 

La relazione primigenia da cui apprendiamo a stare al mondo, non è una relazione paritetica. In essa vi è un individuo che esprime dei bisogni, che dipende, attorniato da una o più figure che rispondono ai suoi bisogni e se ne prendono cura. Da questo punto di partenza si sviluppa il percorso verso l’indipendenza. Da una condizione di totale vulnerabilità e bisogno di essere supportati, stimolati e completati, dal punto di vista fisiologico, nutritivo, psicologico, emotivo ed intellettivo. Questo processo inizia quando nasciamo per poi proseguire per tutta la vita. L’attaccamento alle figure affettive di riferimento, è un elemento centrale per la costruzione dell’identità personale e rappresenta una dimensione della nostra mente che include non solo le emozioni e gli affetti ma anche il modo in cui sviluppiamo il pensiero.                                                 I genitori nel prendersi cura del proprio figlio, ispirano modelli di comportamento e di lettura della sfera affettiva che verranno poi interiorizzati dal bambino. E’ grazie alla loro presenza certa, che il bimbo avrà il coraggio di allontanarsi, di appassionarsi a tutto ciò che non sono la madre ed il padre e di differenziarsi da loro.

E’ ancora attraverso queste prime relazioni fondamentali che il neonato, impara a provare emozioni e, soltanto dopo, ad auto-percepirsi come persona. Inizialmente infatti, egli costituisce un tutt’uno con i propri affetti primari (in particolar modo con la madre, ma anche con il padre ed i fratelli), considerandoli una sorta di protesi di sé e ricevendo progressive conferme della propria individualità e della propria amabilità, attraverso la partitura delle azioni-reazioni, delle attese e delle sorprese, costruita nell’istaurarsi dell’attaccamento.

Lenti e complessi sono i passaggi verso la coscienza di se stessi come individui separati e distinti, di “persona sola” che si relaziona ad altre “persone sole”, un iter che si articola soprattutto attraverso il ritorno d’immagine fornito dai genitori. Le difficoltà e le insidie che ogni persona esperisce per riuscirvi, pel maturare la sua personalità fino a farla divenire adulta, saranno per molti aspetti collegate al tipo di attaccamento che si è creato nell’infanzia con il padre e la madre.

L’attaccamento dunque è il primo strumento per mezzo del quale il bambino impara ad organizzare i propri rapporti significativi, ad effettuare una lettura di sé e a strutturare il modo prevalente di gestire le proprie emozioni, oltre che la dinamica che gli permette di capire “dove si trova” e “chi è” rispetto al mondo.

Si parla di attaccamento sicuro, quando il bambino sente le figure genitoriali come una base affettiva certa. Quando esse costituiscono per lui un riferimento e un conforto, da cui trarre la capacità ed il coraggio di confrontarsi con gli estranei e l’ignoto, sentendosi sicuro e protetto.

Nel momento in cui il bambino protesta se viene allontanato dalla madre esprime una richiesta di conferma rispetto al bisogno di sapere che in caso di necessità essa saprà essere accessibile e che si ricongiungerà con lui, dopo ogni separazione.

La protesta inoltre serve per riparare momentaneamente lo strappo che il distacco crea nella relazione di attaccamento e per dar voce ad una espressa punizione nei confronti della mamma che si separa dal bambino.

Si potrebbe pensare che un bambino che abbia avuto figure di attaccamento molto presenti e rassicuranti durante l’infanzia possa poi sviluppare in età adulta un bisogno di continuo sostegno e rassicurazione dall’esterno. Gli studi di Mikulincer e Shaver, dimostrano esattamente il contrario: cioè che la disponibilità e l’accessibilità genitoriale nel periodo infantile rinforzano la capacità di autoregolazione, ossia la possibilità di fare affidamento interscambi abilmente sia su figure esterne, che su se stessi. (Lingiardi, 2005).

In altre parole, la disponibilità delle figure che sono state un buon punto di riferimento affettivo durante l’infanzia aiuta fortemente nella costruzione di un modello di sé stabile in età adulta, con livelli di autostima più alti rispetto a chi non ha avuto questa esperienza.

Grazie al’esperienza della fiducia, dell’approvazione degli altri e alla possibilità di chiedere e ricevere aiuto durante il periodo infantile, chi ha avuto un attaccamento sicuro, da adulto, ha ormai interiorizzato la consapevolezza del proprio valore autonomo, accanto ad una buona predisposizione a fidarsi anche di nuove figure affettive esterne.

E’ ciò che esprime con estrema chiarezza J. Bowlby (1999), autore della teoria dell’attaccamento, quando afferma che “dipendenza e indipendenza non sono parole incompatibili. La fiducia in sé stessi e negli altri sono compatibili, addirittura complementari “.

Ne è una prova certa il fatto che chi ha potuto instaurare da bambino una relazione di dipendenza più serena e sicura, tende ad avere i punteggi più bassi nella scala che rileva la presenza del disturbo di personalità dipendente.

  1. IL DISTURBO DI PERSONALITA’ DIPENDENTE: DONNE CHE AMANO TROPPO

“La dipendenza è un legame patologico d’amore e di fiducia che l’individuo instaura con una certa sostanza, una certa attività, una certa persona”  (Craig Nakken)

La rapida evoluzione delle tecnologie, la disgregazione delle culture locali e la dispersione di valori fortemente condivisi, stanno sempre più contribuendo a creare uno scenario d’incertezza identitaria, ansia esistenziale e vulnerabilità narcisistica. E’ chiaro che siamo agli antipodi di una società che rafforzi il valore dell’autonomia personale.

E’ infatti ipotizzabile, che ciò che avviene attraverso l’interazione tra individuo e genitori nel periodo in cui s’instaura l’attaccamento, ossia la generazione di uno stile architettonico prevalente per gli edifici in cui abiteranno le emozioni del soggetto, in qualche modo, avvenga anche tra l’individuo ed il contesto culturale e sociale del suo tempo, in termini di condizionamenti sullo sviluppo e la struttura delle idee. In quel caso, la differenziazione s’istituirebbe sulla base del confronto tra i valori, la base cerebrale e la sensibilità dell’individuo e le teorie, le certezze e le incertezze, fornite dal modello socio-culturale del momento storico, che agirebbe come entità “sovraindividuale”, impersonando la cultura collettiva del tempo.  La disgregazione della famiglia, prima cellula della comunità, il relativismo e l’ambiguità, nonché la diffusione di modelli sempre più centrati sull’apparenza che non propongono alcun contenuto reale, sono soltanto alcuni dei possibili condizionamenti dell’attuale “società liquida” in cui siamo immersi, che certamente non favoriscono uno sviluppo armonico della personalità in soggetti a rischio di dipendenza affettiva.

La dipendenza infatti è un disturbo che si genera a partire da un vuoto. L’etimologia proviene dal latino “de-e pendere” ossia “pendere verso il basso” come a suggerire un abisso, per non cadere nel quale, ci si attacca tenacemente a qualcosa. E’ esattamente ciò che accade in chi soffre del disturbo di personalità dipendente. Per i dipendenti affettivi l’amore è come una “droga”, che produce ebbrezza, assuefazione, sazietà. In loro, l’oggetto della propria passione, genera una vera e propria dipendenza, che nella fase di astinenza produce sintomi, come perdita di controllo, carving (inteso come bramosia di ricerca della persona), astinenza, confusione e smarrimento d’identità, tendenza ad altre forme di dipendenza (disregolazione alimentare o sessuale), o comportamenti impulsivi o compulsivi. (Janiri, 2002) L’amore e le sue emozioni divengono così una sorta di paradiso artificiale nel quale si può sprofondare quando si è vulnerabili e si cerca al di fuori di se stessi l’appagamento dei propri bisogni. Spesso, la persona amata è irraggiungibile per colui o colei che ne dipende. Anzi, in un certo senso si può affermare che la dipendenza si fondi proprio sul rifiuto, e che se esso cessasse lasciando il posto ad una completa disponibilità, paradossalmente, il presunto amore non durerebbe più. Questo ambiguo e  pericoloso legame con l’oggetto della dipendenza “è traditore e rischia di raggiungere picchi incresciosi per chi ne soffre” (Nakken, 1996).  Il disturbo, pur essendo in aumento anche tra gli uomini, rimane un fenomeno prevalentemente femminile. Non è un caso che la stessa definizione sia stata utilizzata, per la prima volta, in riferimento all’osservazione di partner femminili che scivolavano in relazioni di “ supporto-sgambetto” verso partner maschili problematici.

Più esattamente, il termine “dipendenza affettiva” fu coniato solo dopo e come differenziazione da quello di “co dipendenza”, utilizzato in principio per descrivere il fenomeno osservato in molte mogli di alcolisti, nell’ambito delle terapie e del trattamento degli Alcolisti Anonimi.

Si trattava di coppie in cui vi era un alcolista e una partner che mostrava aspetti di morbosità e accentramento attorno al problema dell’altro, con una totale focalizzazione sui bisogni e comportamenti di questo, che contribuiva allo stato patologico dell’alcolista stesso (Johnson, 1973).

Queste dinamiche risultarono talmente rilevanti per l’efficacia del trattamento, che la fondazione dei gruppi Alcolisti Anonimi decise di rivolgerli un’attenzione dedicata intorno agli anni 50.

Ne emerse che le difficoltà del marito alcolista offrivano e garantivano alla moglie una funzione di controllo e protezione, dandole un senso d’identità personale (Irwin, 1995) e definendone contorni e desideri, unitamente al “senso di esistere”. Ciò sempre al fine di negare i propri bisogni, perché l'altro aveva necessità di essere aiutato. Senza accorgersene, queste donne, per sostenere i propri compagni "malati" ne divenivano "codipendenti", rafforzando la dipendenza dell'altro, affinché potesse essere sempre “loro”. Le moglie sentivano così di essere preziose e indispensabili, per i propri partner problematici. Si può parlare di co-dipendenza quando una persona è totalmente centrata su un disturbo di dipendenza patologica di un altro e cerca di controllare in modo eccessivo quello stesso comportamento.

La relazione di co-dipendenza si può istituire non solamente tra i membri di una coppia, ma anche tra persone molto vicine per legami familiari o affettivi: genitore, figlio, amico.

Possiamo osservare molti punti in comune con le dipendenze affettive e relazionali. In realtà, il dipendente affettivo co-dipendente è solo uno dei molti tipi di dipendente affettivo. La differenza di fondo sta nel fatto che nelle co-dipendenze c’è sempre un partner latore, a sua volta, di altri tipi di dipendenze (droghe, alcol, gioco d’azzardo…), mentre nelle dipendenze affettive questo non avviene, anche se spesso, anche in quei casi, si prediligono soggetti problematici, o persone considerate speciali (per livello sociale o culturale), inarrivabili e fuori dagli schemi.

E’ molto recente la teorizzazione del concetto di dipendenza affettiva, scisso da quello di co-dipendenza. Ancora oggi, in letteratura i riferimenti più precisi sul concetto di personalità dipendente si ritrovano nei patterns delle “co dipendenze”(Mellody, 1989).

Senz’altro i due disturbi condividono alcuni elementi costitutivi della sindrome di dipendenza, avendo alla base fenomeni quali la perdita dei contorni del sé nella relazione con l’altro e la paura dello smarrimento in essa dell’identità (Janiri, 2000).

Per diagnosticare il disturbo di dipendenza affettiva, possono risultare estremamente utili alcuni criteri diagnostici individuati da Cermak (1986), per il Disturbo co dipendente di personalità:

1)  venire incontro ai bisogni degli altri fino ad escludere il riconoscimento dei propri;

2) ansia e distorsioni del confine di sé in situazioni di intimità e di separazione;

3) continuo investimento dell’autostima nella capacità di controllare sé e gli altri nonostante l’evenienza di serie conseguenze negative;

Ma perché, dalle origini del riconoscimento del disturbo ad oggi, sono state diagnosticate prevalentemente donne affette dal disturbo di dipendenza affettiva? Sembra quasi assurdo che dopo lotte e conquiste giuridiche, sociali e di costume che vedono le donne libere di scegliere il proprio ruolo nella società, nel lavoro e nella vita, vi sia una nuova urgenza legata alla dipendenza di queste dall’uomo. Naturalmente non si tratta non più di una dipendenza economica, quanto psicologica. Per comprenderlo è necessario recuperare la consapevolezza di quello che Lingiardi definisce il  carattere “bifronte” della dipendenza, ossia che la possibilità di sperimentare una dipendenza sana è data, solo quando si ha l’opportunità di sperimentare un’indipendenza non rigidamente difensiva (Lingiardi, 2005). Oggi, l’identità femminile è particolarmente minacciata dall’ordine sociale, dall’assenza di mamme lavoratrici che abbiano il tempo di consegnare il testimone alle figlie, di permettere loro di imparare a gestire la loro enorme capienza emotiva, l’istinto di spendersi per qualcuno o qualcosa e il desiderio di piacere. L’incertezza identitaria è resa ancor più instabile dai modelli culturali imperanti: dall’immagine di una donna che deve essere bellissima e seduttiva, e poi mamma dolcissima e presente, ma anche rampante e arrivista nel lavoro, sempre giovane e contorniata da un’infinità di amici a cui offrire cioccolatini, in una casa perfettamente in ordine. Niente di più lontano dalla realtà. Niente di più vuoto su cui ritrovarsi a “pendere”.

Un esempio molto comprensibile può essere offerto dalla popolare serie televisiva “Sex and the city”, il cui slogan è: “se sei single il mondo è il tuo buffet personale”. Sullo sfondo di Manhattan quattro amiche raccontano la loro vita da single sessualmente attive, testimoniando apparentemente la libertà di status delle donne moderne, ma evidenziando al contempo le difficoltà di rimanere sensuali e piacenti negli anni e di scindere l’intimità sessuale, dall’intimità amorosa.

Paradossalmente queste quattro donne pretendono di essere libere e indipendenti, ma vivono raccontandosi e confidandosi soltanto delle loro vicende legate agli uomini. Non emergono le loro doti intellettuali o umane, né la loro femminilità si misura al di fuori del loro sex appeal.

Un altro esempio, meno recente, può essere offerto dalla serie degli anni ‘60 “Strega per amore” in cui Jeannie, la protagonista, è un genio della lampada, che vive solo per realizzare i desideri del proprio partner-padrone (combinando poi, in realtà, moltissimi guai).

Lo scopo di Jeannie è supportare Anthony, il suo corpo gli appartiene e i suoi poteri, a sua completa disposizione. L’esempio è particolarmente calzante perché il problema di ritrovarsi in un corpo di cui si perde il controllo, quasi la proprietà, per renderlo funzionale ai desideri di un altro, è molto forte tra le dipendenti affettive.

Anche in questo caso, il fatto che la cultura sessuale sia impostata come un doppio legame per le donne, rende ancor più difficile per chi parte da una condizione di incertezza identitaria, riuscire a integrare la dimensione della sensualità e del successo apparente, con quello della coscienza e dell’emotività pienamente disvelata.

Ci troviamo di fronte a paradigmi culturali su cui, ragazze che partono da una maggiore fragilità, non riescono ad articolare una corretto sviluppo del continuum dipendenza-indipendenza. Come vediamo nell’esempio che segue, essi si articolano come  un serpente che si morde la coda, un loop che quando non può essere interrotto e controbilanciato da valori e prese di posizione personali sufficientemente forti, favorisce una sorta di scissione. Il circolo vizioso in cui la dipendente affettiva reitera è:

non sarò una donna se non sarò amabile

non sarò amabile se non saprò essere desiderabile

non sarò desiderabile se non saprò essere sensuale

se sarò eccessivamente sensuale mi vedranno come una donna dai “facili costumi”.

se sono una donna poco seria non sono amabile.

 

 

 

  1. ALLE ORIGINI DELLA DIPENDENZA: MA DOVE SONO?

“In noi stessi siamo ancora vuoti. Stare svegli di notte

Non è essere desti, ma viscoso, lento consumarsi del

tempo sul posto. Si nota allora come sia sgradevole stare

con nient’altro che se stessi” (Ernst Bloch)

Sul rapporto tra lo stile di attaccamento e i disturbi di dipendenza patologica sono state condotte molte ricerche, la cosiddetta “personalità dipendente” viene di solito considerata il risultato di uno stile di attaccamento paludante che tende ad auto perpetuarsi (West e al., 1999). In altre parole, i soggetti che sviluppano personalità dipendenti in età adulta, nell’infanzia hanno istaurato, con le proprie figure affettive di riferimento, un attaccamento insicuro e ansioso. Per qualche motivo i genitori hanno lasciato insoddisfatti i loro bisogni infantili di amore e di cure, portandoli così ad adattarsi e limitare, o ignorare, i propri stessi bisogni.

Secondo Wright, la dipendenza affettiva  viene a costituirsi sulla base di modalità di relazione, tratti di personalità e caratteriali, che si sviluppano a partire dallo stile di attaccamento che evolve in un contesto familiare disfunzionale e invischiato. (Wright e Wright, 1999). In questo contesto, il bambino impara a non lasciar più trapelare i propri bisogni, il suo vero carattere ed il reale stato emotivo. Sono due gli stili di attaccamento che predispongono allo sviluppo di una personalità dipendente:

1) lo stile di attaccamento coercitivo e ambivalente;

2) lo stile di attaccamento evitante;

ove in entrambi i casi, si tratta di stili relazionali che trasmettono al bambino un modello di conoscenza e accettazione di sé che si regola sulla base delle reazioni esterne, vista l’impossibilità di poter contare su un’originaria esperienza di amabilità o di essere riconosciuti e ascoltati nei propri bisogni.

Questa lacuna, porterà poi l’adulto in cui si delinea un profilo di dipendenza affettiva, alla tendenza a voler somigliare a standard di perfezione auto-imposti e ad affinare sempre di più l’arte della seduzione, perché dal giudizio esterno dipende, non solo l’autostima, ma anche la  possibilità di auto percezione: “io esisto solo quando l’altro mi riconosce”.

Pur avendo diversi tratti in comune, vi sono delle differenze tra lo stile coercitivo o ambivalente e lo stile evitante.

Lo stile coercitivo o ambivalente è tipico dei bambini che hanno vissuto il comportamento delle figure di attaccamento principali come ambivalente, confusivo, minaccioso e imprevedibile, perché discontinuo o irregolare. L’imprevedibilità vissuta nella relazione dell’infanzia si trasforma in paura che si mantiene anche nelle relazioni sentimentali adulte (Cantelmi, Pensavalli, 2010). Queste persone si percepiscono come degne di stima ed amore, ma sono estremamente diffidenti nei confronti degli altri, vivendoli come potenzialmente instabili e sleali. Per questo, mettono in atto strategie affettive mirate a garantirsi, in modo coercitivo, accessibilità e attenzione delle figure di attaccamento.

Si tratta di figure di attaccamento che in genere sono caratterizzate da un atteggiamento contraddittorio: da un lato esse si sono mostrano interessate alla cura dei figli, mentre dall’altro manifestano un modo di occuparsi di loro, che non ruota intorno alle esigenze dei bambini, ma al bisogno di riconfermarsi, di risultare bravi genitori. Invece di essere disponibili (per i più diversi motivi) ad accogliere e scoprire, richieste e identità dei figli, basano il rapporto sui propri gusti e desideri (li “costringono” a vestire con il loro stile preferito, gli cucinano ciò che piace a loro), o sulle proprie chiusure e difficoltà.  Si tratta spesso di genitori attenti all’immagine che la famiglia proietta all’esterno, che tendono a mantenere sottobanco le contraddizioni e le tensioni a vantaggio di un’apparenza di serenità e armonia (la famiglia in stile “mulino bianco”).

Ne consegue che, all’interno della famiglia, i momenti di crisi e di discussione non vengono permessi, ma tenuti silenti, o ignorati. Il bambino, in questo clima, cresce senza imparare a discernere con sicurezza le proprie emozioni e predilezioni. Non riceve conferme che, dall’esterno, gli rafforzino un’idea di sé positiva, nel processo di differenziazione, perché non c’è nessuno disposto ad accorgersi di lui e a riconoscerlo come individuo separato, dotato di sensibilità e interessi propri. Non creandosi una netta separazione tra figlio e i genitori, questi vive una simbiosi che porta ad un’assolutizzazione delle figure adulte e a un senso di inconsistenza e confusione, nella percezione di sé. Sono queste le origini della mutevolezza della forma e dell’abilità camaleontica ad adattarsi al contesto, che caratterizzano le personalità dipendenti.

Con il crescere, inevitabilmente, vengono messi in evidenza i limiti genitoriali che portano alla crisi del proprio sistema di conferma di sé. In questa crisi è insito un forte senso d’inferiorità verso i pari, d’inadeguatezza, e di confusione di sentimenti.

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