Meditazione di Padre Pedro Barrajon L.C.

Meditazione di Padre Pedro Barrajon L.C.

Il 1 gennaio 1970


02-figlio prodigo

Lc 15, 11-20: Quando il figlio perde la fede nel Padre

             11 Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. 13 Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. 14 Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. 16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. 17 Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; 19 non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. 20 Partì e si incamminò verso suo padre.

            La parabola del figlio prodigo o del padre misericordioso è molto bella ma allo stesso tempo difficile da commentare perché molto si è detto di questo mirabile racconto. Innanzi tutto impressiona la semplicità. Tutto è detto con parole essenziali e niente sembra avanzare. Non sappiamo, come in tante altre parabole di Gesù, i nomi delle persone che soltanto sono tipificate come padre e figlio. Non ci sono tanti altri personaggi fuori di questi due principali: il padre e i figli. Questa parabola, come quella della pecora smarrita, Gesù la dice pensando ai farisei che lo criticavano perché Gesù accoglieva i peccatori. In questa parabola tutti siamo inclusi, tutti noi abbiamo un poco di uno dei due figli. Il più giovane dei due chiede al padre di dargli il suo patrimonio. C’è nel cuore dei giovani l’affanno di avventura, di girare il mondo, di fare nuove esperienze. Non è questo che è criticato da Gesù nell’atteggiamento del figlio, ma forse il modo di chiederlo: il giovane chiede qualche cosa che dice che gli spetta. Spesso i nostri atteggiamenti con Dio e con gli altri sono di questo tipo. Pensiamo che gli altri ci devono stima, rispetto, onore. Dio ci deve dare le sue grazie, la salute, il successo. Pensiamo più a ciò che ci spetta a noi che a ciò che generosamente possiamo dare. Non è un atteggiamento di fiducia, di ringraziamento per tutto ciò che si è ricevuto da Dio, ma di esigere ciò che noi pensiamo che Egli ci deve. Quante lamentazioni si sentono di persone che si lamentano dell’agire di Dio, di ciò che loro pensano che dovrebbe darci e invece non lo fa.

            Il figlio giovane forse parte perché è spensierato, non ha riflettuto a sufficienza, vuole vedere il mondo. Quante volte anche noi partiamo dalla casa del Padre in questo modo, come il figlio giovane, anche noi spensierati, anche noi con un atteggiamento altero e superbo, anche se nel fondo non c’è vera e propria malizia.

            Sul modo di reagire del padre, la parabola semplicemente ci dice che egli divise l’eredità in due parti e una la diede al figlio giovane. Sicuramente che prima di parte gli ha dato dei buoni consigli sul modo di organizzare la vita. Gli ha ricordato di essere fedele alla legge di Mosè, di vivere da uomo giusto, di usare bene dei talenti che adesso egli mette nelle sue mani. E poi lo ha visto partire. Ha fatto una preghiera nel suo cuore. Lo ha raccomandato a Dio e gli ha chiesto di vederlo tornare un giorno. Il padre sapeva forse che un giorno o altro sarebbe partito suo figlio ma in questo momento comunque egli ha il cuore spezzato dal dolore.

            Il figlio parte per un paese lontano, lontano in senso fisico ma soprattutto in senso spirituale perché egli si allontana dal modo di vivere della sua famiglia e comincia a sperperare l’eredità che aveva ricevuto e che non era frutto del suo lavoro. E egli cade in modo di vita che la parabola definisce come “dissoluto”, senza vincoli di nessun ordine, come se egli volesse perdere quei legami etici che aveva vissuto in famiglia e che adesso le sembrano costringere la sua libertà e tagliare la sua felicità. Quante volte per gli uomini del nostro tempo, Dio considerato in questo modo, come uno che ci mette dei limiti, che non ci permette con la sua legge, di vivere ciò che noi pensiamo che sia la felicità, che spesso va identificata con i piaceri, con il fare soltanto ciò che piace, dove tutto ruota in torno a se stessi.

            Ma l’eredità aveva un limite. Dopo un tempo non ce n’era più. Per di più cominciò una forte fame in quella regione e il figlio si vide solo e senza risorse. Egli anche cominciò a passare fame. Quanti uomini e donne del nostro tempo passano fame spirituale, anche se magari non gli manca nulla per saziare la sua fame corporale. Quante persone vivono in una quasi assoluta carestia di beni spirituali, persi come questo giovane, in mezzo alla vita, senza orientamento, cercando di divorare ciò che in realtà non li sazierà ma li farà diventare più famelici.

            Non avendo più a disposizione l’eredità, comincia a lavorare con uno degli abitanti del luogo, inizia a pascolare i porci. Questo uomo è passato dall’abbondanza e dalla compagnia della casa paterna alla fame, alla solitudine, alla sporcizia. La sua situazione è disastrosa. Da solo non può uscirne. Inizia allora a rientrare in se stesso, a riflettere, a capire meglio dove e come si trova. Questo processo di interiorizzazione gli permette di vedere la realtà con occhi nuovi, meno superbi, più umili, più aventi bisogno del padre.

            La riflessione che egli fa è semplice. Io sto peggio dei lavoratori della casa di mio padre. Andrò da lui a presentarmi non come figlio ma come un servitore in più. È vero che il figlio fa questo mosso dalla sua situazione disastrosa, ma è anche è vero che riconosce nel padre la misericordia almeno iniziale di poterlo accogliere se non come figlio come uno degli altri servitori. Non capisce ancora il mistero della misericordia del Padre, ma intravvede comunque che esiste in lui un minimo grado di misericordia che gli permetterà di vivere come un servo. Sa che ha perso per i propri demeriti la dignità di figlio e non la chiede. Per adesso soltanto vuole quella di servo.

            Con questo proposito, il figlio si incammina verso la casa del padre. Questo camminare è già inizio della conversione, inizio della fede. Sappiamo che dottrina cattolica ci dice che già il mettersi in cammino già è in realtà un movimento di Dio in noi, è una grazia. Il fatto di alzarci, il coraggio di tornare alla casa del Padre non viene solo dal peccatore ma è già frutto della grazia di Dio che chiama l’uomo prima che egli voglia andare verso di lui.

            Lasciamo qui il commento alla parabola contemplando questo uomo in cammino, pensieroso verso la casa del Padre, cercando di capire che cosa gli dirà, come sarà ricevuto, ma già comunque in cammino, già con il proposito di tornare a quella casa da dove era uscito, dove era cresciuto e dove aveva ricevuto più che grandi doni materiali in supremo dono dell’amore del Padre, dono che noi tutti, per il fatto di esistere, di essere anche noi figli, abbiamo anche ricevuto. Questo uomo in cammino verso Dio, un perso per le strade del mondo, che va in cerca della figliolanza persa siamo spesso noi che camminiamo verso Dio, dopo aver perso ogni speranza umana, con il desiderio e l’anelito di trovare in lui un rifugio sicuro e una mano amica.

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